27 gennaio 2012

l'amico ritrovato

Ho letto molti anni fa "L'Amico Ritrovato".
Ho riascoltato, in questi ultimi giorni, tutta la Trilogia del Ritorno.
Non ho avuto un'impressione diversa da quella che ebbi, adolescente, nello scoprire in cosa consistesse questo 'ritrovamento'.
Il ritrovare un amico ritenuto perduto è una fortuna?
Meglio sarebbe stato non averlo mai perduto.
Molto meglio.
Ho atteso qualche giorno per decantare queste parole.
L'atrocità della Trilogia del Ritorno, in cui i campi di sterminio non sono descritti e incombono sullo sfondo come un frammento di paesaggio, sta nella continua sensazione di perdita, di amputazione, di irreversibilità.
Certo, la magistrale pagina finale della prima novella, in cui l'amico viene ritrovato in quella maniera tragica e commovente, emerge come un'isola di salvezza nel mare della desolazione di solitudine e rabbia.
Ma è un singolo episodio.
Ritrovare l'amico che si considerava perduto perchè nazista, e un nazista (o fascista) perduto lo è per definizione, nell'istante in cui si legge che ha perso la vita per tentare di uccidere Hitler, regala un attimo di sollievo.
Ma l'amico non c'è più.
Ci si può consolare per la consapevolezza di non essersi sbagliati nell'amare una persona che ha saputo ritrovare se stessa, ma l'assenza definitiva pesa.
Corrode.
Quel che rimane, dopo l'OIocausto ed il tradimento non può che aggirarsi smarrito per il mondo.
Ecco, la trilogia del ritorno.
Ritorno, sì, ma dove?
Ritorno a quel che rimane.
Perchè quel che si è ritrovato è troppo poco.
Oggi, noi vivi potremmo, se volessimo, fare molto.
Prima di tutto perchè siamo vivi.
Poi, perchè ricordiamo.
E potremmo, se volessimo, ricordando, leggere il quotidiano dei nostri giorni e delle nostre ore e correggere.
Correggere le bestialità di questi tempi.
67 anni dopo la liberazione di Auschwitz chi ci crede più?
Beh, forse questo è troppo.
Ma, almeno correggere certi smarrimenti inesplicabili, quello sì.
Possiamo.