1 febbraio 2014

La Peste

Ho letto per due volte questo potente romanzo.
La prima molti anni fa, al liceo.
Ho il ricordo, per quella lettura, di una costruzione complessa, di un'umanità dolente, di una compassione impassibile dell'io narrante.
Una città, una malattia, la lotta degli uomini, il coraggio, le miserie.
Ho ascoltato, in queste settimane, l'audiolettura fatta da Radio Tre del Romanzo di Camus.
Oggi ne ho un'impressione di perfezione in quelle parole di denuncia rigorosa della condizione umana.
"La Peste" è un romanzo in cui la trama, intesa come sequenza di accadimenti, ha un'importanza secondaria. Eppure di cose ne accadono.
Tuttavia, non sono le cose narrate ad avermi colpito così profndamente, ad avermi quasi ferito nella mia seconda lettura.
Albert Camus non ha certo scritto un romanzetto tipo 'virus letale' e sia il titolo che la nuda catena dei fatti possono fuorviare.
Ed, infatti, mi hanno fuorviato a suo tempo.
Cos'è la Peste?
Una malattia.
Una malattia che parte dai topi e colpisce gli uomini.
Tutti gli uomini.
La Peste di Camus è una malattia anche di chi non ha addosso nè febbre nè bubboni.
E' la malattia non dei grandi peccati, come l'omicidio e il furto.
E' la malattia di ogni distratta prevaricazione, la malattia degli appestati asintomatici che contagiano di indifferenza ed odio gli altri.
Camus costringe i suoi personaggi a confrontarsi con se stessi (con la Peste ?) in una Orano appestata, isolata, in cui diventa evidente il meccanismo infernale del contagio.
Chi è malato, chi è morto e soprattutto chi è sano e commette ogni nefandezza pur di conquistarsi l'illusione della salute, chi è sano e combatte la Peste senza riuscire a spiegarsi il perchè, chi vorrebbe fuggire e poi rinuncia e forse, anche chi è sano e vede, finalmente, com'è fatto davvero il proprio cuore.

Vi lascio, qui sotto, alcune frasi di quello che, secondo me, è il culmine del romanzo, il dialogo tra due dei personaggi principali in cui Camus scopre le carte.
Peccato che mi ci siano voluti così tanti anni per imparare a leggerle.
Tuttavia, guardando indietro, per quanto non possa che accettare il fatto di essere da lunghi anni un appestato e non un medico, posso individuare lunghi periodi in cui, pur malato, pur infetto, sono riuscito ad evitare qualche contagio.

Solo di una categoria di persone Camus non ha scritto.
Quella dei guariti.
E mi spingo ad azzardarne un perchè: gli mancava la fede e non poteva andare oltre la lotta dell'uomo sano per rimanere sano.







«Diciamo per semplificare, Rieux, che io soffrivo della peste molto prima di conoscere questa città e questa malattia. Basti dire che io sono come tutti quanti; ma ci sono persone che non lo sanno, o che si trovano bene in tale stato, e persone che lo sanno e vorrebbero uscirne. Io, ho sempre voluto uscirne. ...

Quando ebbi diciassett'anni, mio padre m'invitò ad andarlo a sentire. Si trattava d'una causa importante, in Corte d'assise, e lui aveva pensato di figurarvi sotto la luce migliore. Credo, inoltre, che contasse su tale cerimonia, atta a colpire le fantasie giovanili, per spingermi a entrare nella carriera che lui stesso si era scelta. Avevo accettato, perché facesse piacere a mio padre, e perché, anche, ero curioso di vederlo e di ascoltarlo in una parte diversa da quella che recitava tra noi. Non pensavo a nient'altro. Quanto accadeva in un tribunale mi era sempre sembrato naturale e inevitabile come una rivista del 14 luglio o una premiazione. Ne avevo un'idea molto astratta, che non mi disturbava.
«Di quel giorno, tuttavia, non ho serbato che una sola immagine, quella del colpevole. Credo che fosse colpevole davvero, importa poco di che; ma quell'ometto di pel rosso e povero, d'una trentina d'anni, pareva sì deciso a tutto ammettere, sì spaventato di quello che aveva fatto e che stavano per fargli, che dopo alcuni minuti, io non ebbi occhi se non per lui. Aveva l'aria d'un gufo intontito da una luce troppo viva; il nodo della cravatta non gli si adattava con precisione al giro del collo; si rosicchiava le unghie di una sola mano, la destra... In breve (non voglio insistere), lei ha capito ch'era un uomo vivo. ...

la requisitoria di mio padre...
«Trasformato dalla toga rossa, né bonario né affettuoso, la sua bocca gorgogliava di frasi immense, che senza tregua ne uscivano come serpenti. E capii che chiedeva la morte di quell'uomo in nome della società...

 Da quel momento in poi, m'interessai con orrore alla giustizia, alle condanne a morte, alle esecuzioni, e constatai, con una impressione di vertigine, che mio padre aveva dovuto assistere parecchie volte all'assassinio, e ch'era proprio nei giorni in cui si alzava prestissimo.
....
 ho fatto mille mestieri per guadagnarmi la vita, e non mi è riuscito troppo male. Ma quello che m'interessava, era la condanna a morte; volevo regolare un conto col gufo rosso. Di conseguenza, ho fatto della politica, come si dice. Non volevo essere un appestato, insomma. ...
Mi sono quindi messo con gli altri che amavo, e che non ho cessato di amare...

«Ho capito allora che io, almeno, non avevo finito di essere un appestato durante i lunghi anni in cui, tuttavia, con tutta la mia anima, credevo appunto di lottare contro la peste.

«La faccenda mia, in ogni caso, non era il ragionamento; era il gufo rosso, quella sudicia avventura in cui sudice bocche appestate annunciavano a un uomo in catene che doveva morire e regolavano tutte le cose per farlo morire, infatti, dopo notti e notti d'agonia durante le quali egli si aspettava di essere assassinato a occhi aperti...

«Per questo, inoltre, l'epidemia non m'insegna nulla, se non che bisogna combatterla al suo fianco, Rieux. Io so di scienza certa (tutto so della vita, lei lo vede bene) che ciascuno la porta in sé, la peste, e che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune. E che bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere spinti, in un minuto di distrazione, a respirare sulla faccia d'un altro e a trasmettergli il contagio. Il microbo, è cosa naturale. Il resto, la salute, l'integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d'una volontà che non si deve mai fermare. L'uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere
...
«Bisognerebbe di certo che ci fosse una terza categoria, quella dei veri medici, ma è un fatto che non si trova sovente, dev'essere difficile. Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla terza categoria, ossia alla pace».
Terminando, Tarrou faceva oscillare una gamba, sì che il piede batteva piano contro la terrazza. Dopo un silenzio, il dottore, sollevandosi un poco, domandò se Tarrou avesse una idea della strada da prendere per arrivare alla pace.
«Sì, la partecipazione al dolore degli altri»."