20 ottobre 2015

Io e la Turchia, quando l'Amore ci vede benissimo

Sono stato in Turchia due volte.
Non posso certo affermare di conoscere il paese, manco grazie  ho imparato a dire in turco!
Però sono stato in Kurdistan, non mi sono solo limitato a fare un giro per Sultanamet e Piazza Taksim.
Un turista vede molto poco della realtà che lo circonda.
Ma, con un po' di attenzione, qualcosina del cuore della gente vien fuori.
Non sono state tutte rose e fiori.
Nell'interno, dei pastori ci hanno tirato appresso le pietre.
La visita alla tomba di Antioco I mi ha portato in un territorio di selvaggia bellezza in cui mai dimenticherò l'angoscia di una giovane madre che aspettava sul ciglio del sentiero che passasse un autobus mentre teneva in braccio una bambina visibilmente molto malata.
Un territorio, quello, in cui da Ankara mandavano certamente più carri armati ed F-4 che medici ed ambulanze.
Un territorio che si chiama Kurdistan Occidentale.
Brulicante di soldatini di leva armati tra le antichità e i tramonti.
Ma ricordo anche l'ospitalità e la serenità delle cittadine di provincia dell'Anatolia e, poi, in tempi più recenti, durante il mio secondo viaggio, la meraviglia di Istanbul.
Istanbul come paradigma di una Nazione antichissima, amichevole, viva, giovane, giovanissima, attiva.
Ma i mercati, i sapori, il colore del cielo sul Bosforo, le splendide moschee e il sorriso di uomini e donne non possono cancellare alcuni dati di fatto che non sono di per sé spiacevoli.
Solo oscillanti tra l'incomprensibile e l'anacronistico.
La Turchia disconosce completamente il genocidio armeno compiuto dalla Turchia Ottomana all'inzio della Prima Guerra Mondiale.
Disconosce il solo semplice concetto di esistenza di una minoranza Kurda di 15 20 milioni di persone.
Eccetto quado devono essere identificati per bombardarli.
20 anni fa come oggi.
La Turchia è uno Stato Laico ed una Democrazia.
Ma è anche il posto dove ho visto giovanotti venuti fuori da un video di MTV accompagnarsi a ragazze in burka nel centro di Istanbul (e non col velo, proprio con il burka) o, se preferite, la nazione nel cui aeroporto internazionale capita di vedere una bella donna entrare in minigonna nella toilette delle signore per uscirne anche lei in burka (e no, non ero io nel bagno delle signore :) ).
E' la nazione pilastro della NATO nel Mediterraneo (no, sorry boys, non ci fidiamo troppo di voi italiani, come on, avete più pacifinti che monumenti) ma ha sponsorizzato Hamas con la Freedom Flottilla (guadagnandosi 1e54321435 miliardi di punti da parte dei pacifinti italici) e...
Ed ha abbondantemente favorito l'ascesa dell'ISIS per puro calcolo anti-iraniano.
E se c'è stato da sparare non si è fatta scrupolo di sparare sui Kurdi, gli unici a combattere davvero fino in fondo ISIS. E se il nemico del mio nemico è mio amico, beh ...
Ci siamo capiti.
Eppure la Turchia non è un monolite con la faccia di Erzogan.
Come dimenticare la resistenza di Piazza Taksìm ed il martirio dei pacifisti di Ankara e Suruc?
Forse, solo così riesco a spiegare la violenta dicotomia, come quella tra mente e cuore, quando penso alla Istanbul che ho amato, ricca di sorrisi, di giovanile efficienza, affamata di vita, lontanissima da quella grigia e triste descritta da Pamuk in "Istanbul", in cui anche gli anziani custodi delle più piccole moschee in pietra sembrano venire dal futuro, da un Islam fatto di accoglienza e tolleranza.
Contrapposta alla Turchia che di fatto appoggia l'ISIS, che non accetta il solo concetto di responsabilità nel genocidio armeno nè quello di autonomia per le genti curde, reagendo con rabbiosa violenza contro i propri stessi cittadini ma sempre con un levantino sorriso rivolto all'agognata Europa.
Istanbul è più Europa di molte città italiane, eppure mi sento di ricordare ai turchi che è quasi sempre meglio essere ottimi vicini di casa che cattivi conviventi.
La Turchia ha il mio cuore, ma la mia mente resta ai martiri di Kobane, ad una bambina malata in Kurdistan e ai sorrisi di Erzogan sullo sfondo dei tagliagole dell'ISIS e di troppe bombe cadute fuori bersaglio.
E, nella catastrofica situazione che va da Trpoli ad Aleppo, la Turchia, oggi, è parte del problema. Non della soluzione.