25 febbraio 2024

Thinking Day 2024: dove c'è un fazzolettone c'è casa

Perché mai dovrebbero esserci un significato ulteriore in una giornata di scautismo?

Una mattina di sole lì dove era prevista pioggia, un percorso pensato con cura da capi di gruppi diversi e poi l'incontro.

L'incontro con uno dei fondamenti dello scautismo: la fratellanza universale. Sconosciuti che si ritrovano in famiglia. Bambini che giocano come se si conoscessero da sempre.

In chiesa eravamo davvero tanti.

E siamo stati accolti davvero con gioia nella Parrocchia di Santa Caterina, qui al Pilastro.



La giornata è volata.

Se dovessi scegliere un ricordo per questo bellissimo Thinking Day sceglierei la foto (che non pubblicherò) in cui una Lupetta del Bologna 10 sostiene una Coccinella del Villanova 1 che si era presa una storta giocando.

Ma andrebbe anche ricordata l'insospettabile competenza dei bambini e delle bambine in tema di ambiente: probabilmente ne sanno più i lupetti e le coccinelle di come migliorare le cose che i loro concittadini adulti anti zone trenta, anti tram, anti bici e anti ogni cosa che voglia porre rimedio alla catastrofe imminente.

Io, di sicuro, ricorderò il dono che mi è arrivato dai lupetti del Bo 10 (sì sono stati asseverati sul fatto che non è il caso):


Se raccogli un fiore non tenerlo per te, prima o poi nelle tue mani appassirà..



24 febbraio 2024

Italiani, brava gente: il mito letale


C'è un film che si intitola "Italiani, brava gente".

Un film di guerra in bianco e nero che parla della storia di un reggimento italiano in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale

Lo si trova anche su Prime Video e ogni tanto passa in TV.

Mi piacerebbe parlarne con qualcun altro che l'ha visto.

Sapete perché?

Beh, io trovo che quel vecchio film sia piuttosto significativo di un progetto politico ben preciso.

Dunque, secondo me questo film è la perfetta summa di quello che non va in questo paese dal punto di vista della coscienza storica:

  • i tedeschi sono i cattivi e questo è chiaro;
  • i bolscevichi sono i buoni;
  • gli italiani sono le vittime;
  • gli italiani sono le vittime dei fascisti che sono rappresentati cattivi come i tedeschi ma in più vigliacchi e bugiardi.
Il primo guaio di questo film è che i crimini italiani durante la Seconda Guerra Mondiale sono accuratamente obliterati.
Sai che novità, direte voi.
E no: se ad un raduno fasci che fanno il saluto romano si dice che i fascisti erano brave persone e che gli italiani furono tutti bravi bambini durante la guerra è una cosa.
Se lo dice anche un regista iscritto al Partito Comunista, scusate, è un'altra: è un perfetto cerchio bipartisan che si chiude di fronte ad una precisa scelta di negazione dei crimini di guerra italiani.
Quando, nel 2024 si parla di 'inaccettabile rimozione' di tali crimini forse è il caso di piantarla di puntare il dito verso i pronipoti dei balilla e iniziare a togliersi la trave dagli occhi.
Gli italiani in Russia furono invasori prima che vittime.
Vittime della sciagurata guerra fascista e  dell'assurda impreparazione militare figlia della natura stessa del regime fascista.
Le popolazioni russe/ucraine/bielorusse/baltiche furono vittime due volte: delle atrocità degli invasori (tutti, non solo SS per i tedeschi e camicie nere per gli italiani) e delle atrocità della leadership sovietica: nel film c'è una scena in cui una ragazza russa corre incontro all'Armata Rossa fuggendo dalle zone di occupazione.
Cinematograficamente colma di felicità, gioia, sollievo e speranze.
Nella realtà, sarebbe finita nelle mani dell'NKVD, in quanto sospetta collaborazionista, come tutti i cittadini sovietici delle zone occupate: la ragazza aveva ben poco da ridere.
Il film fu una coproduzione italo-sovietica.
Gradevolissimo, al netto delle involontarie caricature comiche dove avrebbero dovuto essere tragiche.
I popoli sono tutti fratelli ma stiano ben attenti quelli dell'Europa Occidentale a respingere la fraternità amorevole del popolo russo...
Di fatto, è una pellicola di propaganda sovietica che assolve in toto le responsabilità degli italiani nei mostruosi crimini commessi durante il ventennio, gli stessi crimini che sono negati dalle destre più o meno estreme.
I conti tornano, no?
I contedibattistovadiatravaglieccetera vengono da lontano.


Fonti

https://www.mymovies.it/film/1964/italiani-brava-gente/pubblico/?id=1695008

https://www.imdb.com/title/tt0059323/

22 febbraio 2024

Sophie Scholl, la Rosa Bianca

Università Ludwig Maximilian di Monaco, monumento ai fratelli Scholl

Oggi è la giornata del Pensiero, memoria della nascita di Baden Powell (e di sua moglie Olave).

L'umanità è grata, o dovrebbe esserlo, ai fondatori dello scautismo.

Io, di mio, lo sono senz'altro per ragioni che non è il caso di ripetere qui.

Ma oggi è anche un altro anniversario.

Quello del martirio di Sophie Scholl.

E' una figura che brilla sulla mediocrità di questi tempi in cui sfavilla solo la luce sinistra dell'edonismo.

E lo strapotere delle autocrazie fa presa anche sui cuori più benintenzionati.

Sophie "non si è fatta spaventare dall'orrore della morte, è rimasta dritta in piedi con la rosa bianca in mano (Mattia Civico)".

E il sole splende ancora.


17 febbraio 2024

La Rosa Bianca, 2024


 

Weiße Rose.

Fa un certo effetto leggerlo in tedesco.

Chissà come si scrive e si pronuncia in russo.

Alexei Navalny è morto.

Chissà se un giorno una grande nave della marina russa si chiamerà Alexei Navalny.

Di certo, in troppi pochi, oggi, in Occidente come in Russia, piangono un uomo che ha lottato, pagando con la vita per la Libertà, i Diritti, la Democrazia.

Dei russi come degli italiani.

Sophie Scholl è morta a vent'anni per un'idea di amore e pace.
Non ha abbreviato di un giorno la guerra, è vero.

Ma sulla sua rosa bianca, il sole splende ancora.




15 febbraio 2024

Messerschmitt Bf 110: un Martello usato come Chiodo













Oggi vi parlo di un ottimo aereo tedesco della Seconda Guerra Mondiale:

il ME-110.

Ottimo sotto ogni aspetto:

veloce, ben armato, versatile e dotato di un ottimo potenziale di crescita.

Ha volato per la prima volta il 12 Maggio 1936.

Tanto per farci due amare risate, il primo volo del Fiat C.R.42, BIPLANO, è del maggio 1938.

Due anni dopo, in un'epoca in cui gli aerei invecchiavano più in fretta dei telefoni cellulari.

Ma della corruzione del fascismo e delle sue catastrofiche conseguenze anche sui piloti della Regia Aeronautica ne ho già parlato e non vi annoierò oltre.

Il ragionamento alla base della nascita del ME-110 fu qualcosa tipo: raddoppio i motori, raddoppio l'autonomia, raddoppio l'armamento, raddoppio l'efficacia.

Tutto vero eccetto un dettaglio: quando il ME-110 si scontrava con caccia monomotori alleati, da cacciatore diventava quasi automaticamente preda.

Non c'era modo per questo aereo di competere per manovrabilità con un caccia monomotore.

Durante la Battaglia d'Inghilterra, i bombardieri tedeschi scortati da questo caccia pesante fecero una brutta fine dato che le loro scorte erano facili prede degli intercettori inglesi.

La Luftwaffe insistette per settimane ad usare un intercettore pesante come caccia di scorta e caccia per superiorità aerea subendo perdite disastrose: l'aereo era ottimo, i nazisti scemi.

Nel resto della guerra il ME-110 fu adoperato per ruoli più congeniali: cacciabombardiere e soprattutto intercettore di bombardieri sia diurni che notturni (era abbastanza grosso da poter imbarcare i primi, pesanti, radar aviotrasportati per intercettori).








13 febbraio 2024

Sei un Capo Tiger o un Capo Sherman?

A sinistra un Carro Tigre, a destra uno Sherman


Durante la Seconda Guerra Mondiale, i nazisti misero a punto un carro armato pesante la cui sinistra fama è arrivata sino ai giorni nostri: il carro Tigre.
Ufficialmente noto come Panzer VI Tiger I, questo carro armato poteva fare il bello e cattivo tempo sul campo di battaglia.
Era quasi invulnerabile, ma non era molto affidabile: la maggior parte delle perdite fu per guasti meccanici e non per azione nemica.
E, come recitava il manuale del carro americano Sherman: "Per affrontare un Tiger servono 5 Sherman con la prospettiva di perderne 3 (o 4 a seconda delle fonti)".
Lo Sherman, invece, era il carro armato americano standard.
Era molto meno imponente del carro tedesco, aveva una corazza meno resistente e un cannone più piccolo.
Il confronto tra il Tiger e lo Sherman era impietoso: non c'era speranza, per uno Sherman, di affrontare un Tiger in duello a singolar tenzone.
Ecco, siamo nel cuore dell'Anno Scout.
Tra un po' ci sarà il Thinking Day con il suo carico extra di organizzazione intra gruppi.
Per qualche Capo, dalle Alpi al canale di Sicilia, la stanchezza inizia a farsi sentire.
E la fatica, beh, quella c'è tutta per quasi tutti.
Ammetto che lo scoraggiamento, di fronte ad un compito interminabile come quello di Sisifo, non è ingiustificato.
E anche l'insicurezza legata alla sensazione (del tutto apparente, io credo) di non essere in grado di far fronte agli impegni, previsti o imprevisti che siano.
Lo so, la versione ufficiale ci vorrebbe tutti Capi Tigre.
Onnipresenti e, se dotati del dono dell'ubiquità, è meglio.
E' pieno il web di litanie sull'elenco degli impegni dei Capi Scout, non ne aggiungerò un altro alla teoria delle lamentazioni.
Il Capo Tigre mette il bene dei ragazzi di fronte al proprio.
E' vero eh.
Di Capi Tigre ne ho conosciuti un po'.
Pensano di mettere il bene dei ragazzi di fronte al proprio.
Purtroppo, la sostanza si vendica regolarmente sulla poesia.
Il Capo Tigre, forte della sua corazza, della sua competenza e della sua buona volontà, è presente a tutte le riunioni, le staff e c'è il suo zampino in ogni attività.
Ma ha un problema.
E' uno dei pochi.
Già, perché i nazisti costruirono solo poco più di mille carri armati Tigre.
Contro Cinquantamila Sherman.
E, beh, scusate, ma si sa come andò a finire.
Il Capo Tigre è praticamente perfetto, ma, se ci fossero solo loro in Associazione (la matematica dice 600 Capi Tigre su 30000 totali), invece del bene di centocinquantamila ragazzi, si potrebbe provvedere al bene di, boh,  3000? 18000? 
Vedete voi.
Il carro Sherman, però, non era affatto male.
Era costruito benissimo, era pratico, affidabile e c'era sempre sulla linea del fronte a guardar le spalle ai poveri fanti.
Ecco, il Capo Sherman non è in grado di sopportare lo stesso carico del Capo Tiger. 
Salterà le riunioni di Zona, ma si è formato e si legge i manuali di branca.
Il Capo Sherman di sicuro, ogni anno, legge il Patto Associativo.
Però se ha gli esami all'università o la bronchite cronica, magari l'uscita di gennaio può saltarla.
Certo, al contrario del Capo Tigre, magari non legge Proposta Educativa eh, nessuno è perfetto.
All'evento #666 irrinunciabile rinuncerà senza troppi sensi di colpa (eccetto quello di sapere che ci si sarebbe divertito un sacco, come a tutti gli eventi scout).
Ma la lotta educativa per un mondo migliore non si deciderà mai su un singolo episodio, su una singola battaglia.
E' una guerra d'attrito che non avrà mai fine.
Si basa sui numeri.
E su una piccola differenza tra un Capo Scout e, che so, un maestro di musica.
L'effetto positivo, salvifico, educativo dello scautismo è solo in parte dato dalla competenza, disponibilità e capacità del Capo di turno.
Lo scautismo funziona grazie all'interazione tra le ragazze ed i ragazzi.
E' questa l'intuizione rivoluzionaria di B.P.
Se lo scautismo si basasse sulla bravura dei capi ci saremmo estinti da tempo.
Non mi stancherò mai di ripetere che se lo scautismo fosse una scuola, il ruolo dei Capi non sarebbe quello  del Preside o dell'Insegnante.
Ma quello del bidello o dell'autista dello scuolabus: un ruolo logistico.
Effettuato da persone formate e consapevoli, certo, ma anche consapevoli della centralità dei ragazzi a cui permettono di vivere l'esperienza scout senza rubargli la scena com performances stratosferiche e rendersi protagonisti al loro posto.
Sì, sì: la Testimonianza, la Relazione, il volare alto, tutto vero ma tutto minoritario rispetto al dato di fatto che, due Capi Sherman sicuramente non varranno un'unghia di un Capo Tiger, ma sono efficaci il doppio dal punto di vista dei ragazzi.
Perché permetteranno ad un numero doppio di ragazzi di fare scautismo: 
due uscite invece che una.
Due campi invece che uno.
Due branchi invece che uno.
E così via.
E, poi, il Capo Tigre ha un altro problema: non dura mai a lungo.
L'attrito lo consuma.
Come si consumavano in pochi chilometri i cingoli dei pesantissimi Tiger I, come si consumavano a vista d'occhio guarnizioni e valvole di quei pesantissimi motori.
Per non parlare del fatto che bastava un ponte un po' stretto e l'inarrestabile marcia del Tiger era già finita.
Il Capo Tiger molla.
Prima o poi molla sempre.
E, alla fine, anche durante la Seconda Guerra Mondiale il confronto tra i pochissimi Tiger e i tantissimi Sherman fu impietoso: non ci fu alcuna speranza, per i Tiger, di resistere agli Sherman.
Ma, per fortuna, in AGESCI capi Tiger e capi Sherman sono dalla stessa parte.
E i capi Tiger possono anche diventare Sherman.
L'importante è non essere mai Carri fascisti tipo L o M, spesso e volentieri così scadenti da essere più pericolosi per gli equipaggi che per i nemici.
Storicamente, la decisione di Hitler di puntare così tante risorse sui carri Tigre fu un suo ennesimo errore: costavano troppo e richiedevano troppe preziose risorse (pensate a quanta benzina consumava un carro Tigre) e il loro piccolo numero non bilanciò mai la gigantesca spesa necessaria per costruirli e gestirli. Con tutto quell'acciaio, quella benzina, si sarebbero potuti costruire molti più carri medi / cacciacarri / cannoni d'assalto più utili di quei giganteschi mostri che, magari invulnerabili ai proiettili, finivano più che decimati dalla mancanza di benzina, dai guasti meccanici o, banalmente, impantanati nel fango da cui non era possibile trainarli via.
Più o meno come la versione Capo Tigre del sottoscritto, che ho abbandonato lustri fa dopo qualche breve stagione, per rifugiarmi in un più modesto Sherman che, sin da allora, funziona benissimo.
E non mi ha mai fatto sentire solo di fronte alle vere sfide del mio Servizio.


PS: magari qui è scritto meglio...


9 febbraio 2024

U-Boot Type XXI: l'ultimo sommergibile, il primo sottomarino


U-2540 Revell, 1:144


Ho voluto provare, complice offertona prime day, l'assemblaggio di un modellino navale.

Per la mia 'prina volta' ho scelto un sommergibile tedesco della Seconda Guerra Mondiale.

Il Type XXI, il modello più moderno di u-boot, entrato in servizio solo nel 1945.

Dunque, dico subito che l'esperienza modellistica non è stata un gran che.

Il kit non è certamente roba da principianti, soprattutto per le istruzioni che non mi sono sembrate all'altezza della complessità del montaggio.

Forse è solo il primo impatto con il mdellismo navale e le modalità di costruzione non familiari.

Ma ammetto di non essermi divertito fino a quando ho tagliato la testa al toro e ho deciso di dipingere tutti i pezzi residui direttamente sullo sprue.

Così, l'assemblaggio è diventato di gran lunga meno frustrante: delle 55 fasi previste dal manuale ho impiegato un mese a farne la prima trentina e, con questo metodo, meno di una settimana a completare il tutto.

Alla fine, il risultato è migliore delle aspettative, ma non so se ripeterò l'esperienza navale.

C'è anche da aggiungere che 'sto aggeggio è parecchio ingombrante e penso che lo regalerò appena possibile.

Tenete presente che, anche se appassionato, la mia competenza in ambito navale è rudimentale.

Veniamo, quindi, all'U-2540

E' il papà di tutti i moderni sommergibili diesel elettrici.

Iniziamo proprio dalla parola sommergibile.

In italiano c'è una netta distinzione tra sommergibile e sottomarino. 

Per gli anglosassoni non è così, ma noi, stranamente, siamo più precisi.

Dunque, il sommergibile è un battello che può immergersi ma per lo più naviga in emersione.

Quasi tutti i sommergibili della Prima e Seconda Guerra Mondiale erano, appunto, sommergibili: partivano e navigavano in emersione e si immergevano solo per il combattimento.

In immersione, i sommergibili si muovevano solo grazie all'energia accumulata nelle batterie sfruttando motori elettrici di potenza limitata.

Autonomia e velocità erano scarsine.

Per non parlare della riserva d'aria...

Giusto per farvi un'idea, gli u-boot Type VII (il modello più diffuso, con oltre 700 esemplari, usato dai nazisti) aveva una velocità massima di 17 nodi in superficie usando i motori diesel e solo 7 in immersione  usando i motori elettrici (velocità a cui le batterie si sarebbero esaurite in pochissimo tempo).

I sottomarini, invece, sono in grado di navigare e combattere in immersione senza mai emergere.

Ad esempio, i moderni sottomarini a propulsione nucleare sono, appunto, sottomarini: energia (e anche il riciclo dell'aria) sono forniti da un reattore nucleare, quindi l'autonomia in immersione è legata solo alla resistenza dell'equipaggio (e alle scorte di cibo).

Il nostro Type XXI è stato, probabilmente, tra i primi sottomarini in quanto poteva navigare usando i motori diesel in immersione, era dotato di batterie più moderne e più capienti tanto che la sua velocità massima in immersione era di ben 17 nodi.

Il Type XXI era dotato di Snorkel: non siete mai andati al mare con maschera e boccaglio? Ecco, allora anche voi avete usato uno snorkel.

In parole povere, dalla falsa torre del sottomarino spuntavano un paio di tubi che, mentre il natante era immerso a pelo d'acqua (ma invisibile), aspiravano l'aria fresca da un lato e buttavano fuori quella viziata e i gas di scarico dei motori diesel dall'altro.

Il sistema funzionava mediocremente per quanto riguarda la qualità dell'aria cosiddetta fresca a disposizione dell'equipaggio, ma permetteva al battello di restare praticamente sempre immerso (cosa obbligatoria dopo il 1944 quando il dominio dei cieli Alleato sull'Atlantico era assoluto).

Inoltre, i tubi degli snorkel erano ben visibili e rilevabili dai radar.

Nota: quello del ritardo nell'adozione dello snorkel è un capitolo che andrebbe trattato a parte: pur disponendo già nel 1940 della tecnologia necessaria (con tanto di esemplari funzionanti trovati su sottomarini olandesi di preda bellica), la marina nazista si decise ad installare gli snorkel solo alla fine del 1944 sui Type VII quando era ormai troppo tardi. Se avete visto il film U-Boot 96 (Das Boot) o letto il romanzo omonimo di  Lothar-Günther Buchheim da cui il film è tratto potete ben immaginare quanto sarebbe stato fondamentale, per gli equipaggi dei Type VII, disporre, fin dal 1941, dello snorkel.

Ecco, mi imbatto spesso in discorsi più o meno teorici su cosa avrebbe permesso ad Hitler di vincere la Seconda Guerra Mondiale.

Questi ragionamenti, in genere, sono piuttosto sterili perché non tengono quasi mai conto della complessità della guerra industriale. I "sarebbe bastato che" si sprecano esattamente come quelli sull'Ucraina o Israele. Nella maggior parte dei casi ci si riferisce a sistemi d'arma singoli che se tempestivamente sviluppati e correttamente utilizzati avrebbero solo aumentato il conto del macellaio o prolungato la guerra (ES: il Me-262 usato subito come intercettore puro), oppure a possibilità altamente irrealistiche (tipo la conquista dell'Inghilterra).

Ma l'introduzione dello snorkel a fine 1940 (magari a seguito della cattura dell'esercito inglese a Dunkerque), beh, quello sì che avrebbe potuto metter fuori gioco l'Inghilterra entro l'estate del 1941.

Con tutte le conseguenze del caso.

Ma torniamo al nostro sottomarino.

Poveva viaggiare in immersione a 17 nodi e rimanerci ben più a lungo dei vecchi modelli.

Solo due esemplari entrarono in servizio nel 1945 ma, in pratica, non entrarono mai in combaattimento.

Dopo la guerra, un gran numero di battelli più o meno completi fu confiscato dai vincitori e i primi sommergibili diesel elettrici sia sovietici che americani del dopoguerra sono visibilmente ispirati al Type XXI.

Un  unico esemplare fu ripescato dagli abissi, restaurato e usato dalla nuova marina tedesca per addestramento e sperimentazione, appunto l' U-2540.

Nonostante la meritata fama, le campagne sottomarine tedesche  delle due guerre mondiali furono un fallimento.

Quella della Prima Guerra Mondiale provocò l'ingresso in guerra degli USA senza riuscire a strangolare l'Inghilterra.

Quella della Seconda Guerra Mondiale non riuscì a bloccare i convogli alleati.

Di contro, ci fu un'altra offensiva sottomarina che raggiunse i risultati prefissati da chi l'aveva scatenata: quella che gli USA effettuarono contro il Giappone che vide colare a picco la maggior parte della propria flotta mercantile.

Ah, visto che ci sono: anche durante la guerra delle Falkland, quarant'anni dopo, i sottomarini ebbero un ruolo strategico fondamentale costringendo la marina argentina nei porti.

Mi sono dilungato troppo e non è questo certo il luogo per fare un bignami di storia della guerra sottomarina.

I sottomarini sono macchine affascinanti, dai limitati impieghi pacifici.

Ma sono anche delle vere e proprie 'astronavi', perché permettono all'uomo di vivere e viaggiare in un ambiente completamente ostile, inospitale e letale.

Hanno il loro fascino legato all'esplorazione ma sono per lo più macchine letali e come tali vanno considerati.

























3 febbraio 2024

Il Cavallo Rosso: Vita e Destino in Brianza



Mi sono accostato a Eugenio Corti per caso: ho scovato, su una bancarella, una vecchia copia de "Gli ultimi soldati del Re", un suo romanzo autobiografico ambientato tra i soldati italiani che combatterono i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Sono stato attratto soprattutto dall'argomento, dato che i libri sulla lotta al nazifascimo da parte dell'Esercito Italiano sono pochissimi, soprattutto se confrontati con quelli sulla lotta al nazifascimo da parte dei partigiani.

Trovo solo malafede in chi vorrebbe contrapporre in qualsivoglia misura questi due esempi di sacrificio e lotta per la Libertà.

Ma poi sono stato coinvolto dalla sua scrittura.

Dal suo pensiero.

E ho deciso di affrontare il suo romanzo più famoso.

Non sapevo nulla de "Il Cavallo Rosso", solo quello che riportava wikipedia.

Beh, quando mi sono trovato di fronte un tomo di oltre mille pagine (1080 per la precisione) ho immediatamente pensato che sarebbe stato un bel viaggio.

E così è stato.

Il Cavallo Rosso è il "Vita e Destino" degli italiani.

Perché, è vero, c'è una parte del romanzo che è completamente obsoleta (quella sulla morale sessuale cattolica), ma tutto il resto, purtroppo per noi tutti, è terribilmente attuale.

Il romanzo è una saga plurifamiliare che inizia con la Seconda Guerra Mondiale e si conclude nei primi anni '70.

I momenti più drammatici sono quelli legati alla ritirata di Russia e alle disumane condizioni in cui erano tenuti non solo i prigionieri di guerra italiana, ma una rilevante fetta della stessa popolazione sovietica vittima della ferocia di Stalin.

Se Vita e Destino è il romanzo della Libertà, Il Cavallo Rosso è quello della responsabilità.

La responsabilità fraterna.

La responsabilità dell'uomo verso l'uomo, sia il prossimo che lo sconosciuto.

La responsabilità che attanaglia l'industriale, lo scalpellino, il contadino, l'ufficiale e persino lo scrittore.

La responsabilità duplice della testimonianza cristiana e del benessere materiale di chi ci circonda, incluso l'Ambiente.

Un elemento originalissimo è quello della trascendenza nell'aldilà che Corti inserisce nel testo come elemento naturale della Vita.

Ma c'è un altro aspetto che ci tengo a sottolineare:

la Brianza e Milano.

Devo confessarlo: fino all'esperienza nella redazione di Proposta Educativa i milanesi sono stati piuttosto indecifrabili ai miei occhi.

Nel senso che ne avevo conosciuti da vicino un paio, ma non mi tornavano i conti.

Ecco, il Cavallo Rosso contiene una descrizione della fibra morale di una comunità che è sopravvissuta, minoranza tra le minoranze, alla Milano da bere, al ventennio berlusconiano e alla catastrofe edonistica del XXI secolo.

Non credo siano rimasti in molti, oltre agli scout per intenderci, a vivere secondo quell'etica industriosa e cristiana.

Ma penso che siano ancora abbastanza tanto da dar seme e portar frutto.

Capisco bene come un capolavoro come Il Cavallo Rosso abbia incontrato l'ostracismo della sinistra (e della destra se è per questo).

E' un romanzo che si oppone alle ideologie del XX secolo considerandole, proprio come in Vita e Destino, due facce della stessa medaglia: quella della disumanità del totalitarismo.

Non è un romanzo semplice e non è qualcosa che farei leggere nelle scuole (ma all'università sì).

Ma è una lettura che dovrebbe far parte del bagaglio di chi fosse intenzionato a ricostruire un'etica condivisa estranea a scelte ideologiche, base per una proposta politica che vada ad incunearsi tra i populismi e i resti ideologizzati di una sinistra completamente incoerente e priva di lungimiranza.

Sì, mi riferisco all'antioccidentalismo per partito preso e alle femministe/movimenti LGBTQ che marciano per Hamas.

Non ho gli strumenti per una critica ragionata e tecnica, quindi non vado oltre.

Probabilmente qualcuno storcerà il muso di fronte al mio paragone tra l'opera di Corti e quella di Vasilij Grossman. Ma prima di farlo suggerisco di leggere entrambe le opere soprattutto alla luce della crisi legata all'ascesa delle dittature neofasciste/ neostaliniste di questi anni.

E dedico queste righe a Vanda di Marsciano Corti,  Moglie di Eugenio, venuta a mancare proprio questa settimana.