“Alla Comunità Capi
Siamo un gruppo di genitori di bambini, bambine, ragazzi e ragazze a voi affidati.
Abbiamo appreso che uno dei vostri capi si dedica apertamente a pratiche omosessuali in contrasto con la più elementare decenza per non parlare del Magistero della Santa Chiesa Cattolica.
Ne chiediamo, pertanto, l’allontanamento.
In caso contrario denunceremo la circostanza a Sua Eccellenza il Vescovo e ritireremo i nostri figli dalle attività per preservarli dallo scandalo e dall’inqualificabile esempio che riceverebbero.”
Il testo della lettera era un’oscenità, ma il peggio era il numero delle firme in calce.
5 lupetti e 2 esploratori avrebbero abbandonato il gruppo se non avessimo ceduto al ricatto.
Sin da quando, come Rover, avevo avuto qualche piccola responsabilità verso i più piccoli, mi era stato inculcato, diciamo meglio tatuato a fuoco, il concetto che il bene dei ragazzi che ci erano affidati veniva al primo posto in qualsiasi circostanza.
Ad aggiungere il danno alla beffa, quando telefonai a Giorgia per darle quella pessima notizia, fui travolto dalla sua reazione.
Non urlò.
Non pianse.
Nemmeno si incazzò.
Restò in silenzio per cinque lunghi secondi.
E cinque secondi di silenzio sono tanti, al telefono.
«Grazie, questa cosa mi aiuta molto: se la scelta è tra me e i bambini io non ho scelta, scelgo i bambini. Loro vengono prima di tutto. Me l’hai insegnato tu. Grazie ancora e buona domenica».
Buona domenica un cazzo.
Ebbi tutto il tempo per rimuginare sull’accaduto: il Don ci aveva garantito che avrebbe fatto l’impossibile per far cambiare idea a quei quattordici genitori.
Se non era un Don Puglisi, non era neppure Don Abbondio.
Il suo intervento fu parzialmente efficace: il giorno prima della riunione di Comunità Capi che sto per descrivervi, un paio di lupetti ed entrambi gli esploratori erano stati recuperati, ma gli altri avrebbero lasciato il gruppo se Giorgia fosse rimasta Capo.
Non so i dettagli della faccenda, ma il Don, a suo tempo, accolse con favore la nuova linea dell’AGESCI in materia di capi omosessuali della primavera successiva.
Non era un Don Gallo, ma neppure Don Abbondio.
Io avevo passato quasi tutta la settimana a convincermi della bellezza e della bontà del gesto di Giorgia.
Gli ingredienti c’erano tutti: un gruppetto di genitori omofobi, noi tutti lì pronti a ergerci a scudo della nostra sorella sotto ingiusta accusa, il gesto nobile e cristianissimo che salva onore, capre e cavoli
Pazienza per quel retrogusto stantio che mi era rimasto in bocca sin dalla mattina di quella domenica del cazzo.
Il week end successivo ci sarebbe stata la festa della parrocchia e poi il fatidico fine settimana dei passaggi di branca con cui sarebbe iniziato ufficialmente il nuovo anno scout.
Così, mentre fuori dalla sede il Clan ed il Reparto facevano da manovalanza per la festa, noi ci rinchiudemmo in una specie di conclave: una riunione di Comunità Capi straordinaria in cui avremmo dovuto decidere su come gestire la situazione.
Il tempo lavorava contro di noi: da lì a sette giorni ci saremmo presentati coi nuovi staff a ragazzi e famiglie.
Dalle varie telefonate e chat diplomatiche che mi avevano tormentato durante la settimana sembrava che, dal punto di vista della composizione degli staff, non ci sarebbero stati problemi.
In pratica, avremmo ‘semplicemente’ dovuto individuare una formula per rispondere alla lettere di quegli stronzi esaltando il gesto di Giorgia, condannando le discriminazioni di ogni tipo e ribadendo il nostro ruolo di Servizio bla bla bla.
I miei figli uscirono di casa prima di me per unirsi al Clan nelle attività di preparazione della festa. Il mio menu per la serata prevedeva: ore 17 riunione di Co.Ca., ore 18:30 Santa Messa, ore 19:30 prendere il mio posto alla cassa dei banchetti parrocchiali di panini, crescentine, tigelle e birre.
Mia moglie mi avrebbe rifocillato con una fornitura costante di birra fredda e, alla fine del pienone, avrei lasciato il mio posto a un altro capo per risvegliarmi, l’indomani, con un discreto mal di testa ma tanto ottimismo per il futuro anno scout.
E mentre pranzavo ci credevo.
Anche perché il Capogruppo, ammanicato e sempre ben informato, mi aveva detto che al successivo Consiglio Generale, l’AGESCI avrebbe quasi certamente messo nero su bianco che i Capi scout potevano anche essere omosessuali, il tutto anche con la benedizione delle Gerarchie Ecclesiastiche interessate.
Insomma, avremmo evitato un trauma a un pugno di bambini la cui unica colpa era di essere nati da famiglie di stronzi, dato a Giorgia una splendida occasione di martirio che si sarebbe risolta all’italiana magari giusto in tempo per le successive Vacanze di Branco.
E poi non avremmo mai più avuto questo problema.
Giusto?
All’interno del salone parrocchiale in cui ci riunimmo faceva parecchio caldo.
Ormai eravamo assuefatti a temperature da ferragosto alla fine di settembre.
Come tante rane destinate alla bollitura.
Giorgia, ancora per qualche giorno la mia Bagheera, era già nella stanza e chiacchierava, in apparenza serena, con la Maestra dei Novizi.
Mi sorrise ed io capii che quel sorriso mascherava la catastrofe.
Ci guardammo per due lunghi secondi.
Poi, abbassai lo sguardo.
La riunione iniziò con puntualità e il segno della croce alla preghiera iniziale mi rimase tra le dita.
Sbrigammo le formalità e ci mettemmo esattamente due minuti due di orologio ad arrivare al punto.
Altri tre prima che mi toccasse di riascoltare la frase luccicante:
«Se la scelta è tra me e i bambini io non ho scelta, scelgo i bambini!»
Nessuno replicò.
Quello di Giorgia era un gesto di purissimo sacrificio cristiano per il bene dei più piccoli di fronte ad una grave ingiustizia.
Tutto vero, tutto giusto, anzi, direi tutto perfetto.
Mi guardai attorno: quanta compassata partecipazione al gesto nobile di Giorgia.
Un bel gesto che, dal punto di vista degli altri capi evitava scandali, tutelava i bambini sarebbero rimasti con noi e avrebbero avuto una chance di non diventare stronzi come i rispettivi genitori e li avrebbe ipocritamente convinti di aver fatto la cosa giusta appoggiando Giorgia senza tradirla.
Per fortuna chiusi gli occhi.
E in quell’istante di buio fu facile, invece, guardare me stesso.
Non mi ero accorto di Giorgia.
Non mi ero accorto di quanto fossero stronzi certi genitori.
Non mi ero accorto di quanto fosse doloroso essere Giorgia.
Non mi ero accorto della mia omofobia di default, quella delle battutine quasi innocenti, ma, soprattutto, quella della buona volontà, dell’accoglienza del ‘problema’ da trasformare in ‘merito’.
Ed ecco, io di ‘na cosa ero sicurissimo nella vita mia:
non c’è merito nel fare il capo scout.
E’ solo un talento messo a frutto, una botta di culo che ti è capitata perché i capi scout sono davvero fortunati a poter dare un senso ad ogni secondo speso nello scautismo.
No.
Il bene difficile contro il male facile.
«Bagheera potrebbe farla Cristina …»
«No».
Avevo parlato senza esitazione: era bastato arrivare a riconoscermi.
Ma, per qualche secondo, il mio no portò ad un equivoco: pensarono quasi tutti che fosse dovuto al nome che era stato fatto: avevo una antipatia?
«Non sarà necessario. Scusatemi, ma ci ho pensato e forse solo ora mi sono sbloccato».
Mi alzai in piedi.
In passato l’avevo pensata come lei: i ragazzi prima di tutto.Prima di me, di sicuro prima di Giorgia.
Ma non prima di tutto.
Qualcosa di più importante c’è sempre: tutti gli altri ragazzi.
«Non parlo per Giorgia, parlo per me. I genitori non hanno nessun diritto di scegliersi i capi. Questo diritto lo abbiamo solo noi. E, tra l’altro, Giorgia, col suo proposito, ha dimostrato nei fatti di aver aderito pienamente al Vangelo e su questa cosa non ci torniamo più. ‘sta gente non ha il diritto di ricattarci, perché è questo il termine esatto per il loro comportamento. Io non mi faccio ricattare, nemmeno se il risultato è questo incredibile atto d’amore da parte di Giorgia. Abbiamo dalla nostra quasi tutti i genitori, i ragazzi e la comunità parrocchiale. E pure la Chiesa cazzo! A ‘sti balordi va risposto a muso duro che la loro semplice richiesta è offensiva e violenta e non me ne frega un cazzo se al prossimo Consiglio Generale approveranno il documento che legalizza pure la marijuana! E poi io con gente così non ci voglio avere niente a che vedere e purtroppo non posso scindere i bambini innocenti dalle loro famiglie stronze!»
«Ma a me va bene così!»
«Anche a Giovanna? Beh, forse a lei pure, così ti avrà dimostrato quanto siamo stati stronzi e avrà pure avuto ragione!»
«Ma come ti permetti? Lascia fuori la mia ragazza da questo schifo!»
Finalmente!
«Già, lo vorrei tanto e hai usato la parola giusta: schifo. Io mi faccio schifo da solo per non essere stato capace di proteggere te e lei, ma questi sono i nostri tempi, quelli scelti per noi, solo che, cazzo, noi possiamo scegliere anche altro. Possiamo scegliere di non abbandonare nè te nè Giovanna e soprattutto nessuno dei ragazzi omosessuali che magari già ora sono in Reparto, in Clan, nel nostro Reparto, nel nostro Clan, che mentre parliamo se ne stanno a montare tavoli e panche e stanno lì tormentati dai dubbi e ad aspettare una sentenza che non ho nessuna intenzione di pronunciare!»
Ovviamente si scatenò il putiferio
«Non abbiamo ragazzi omosessuali»
«Nessuno sa niente di questa storia!»
«Ma per favore: le statistiche non mentono e come è evidente nessuno lo verrebbe mai a dire a noi! E poi lo sa tutto il gruppo quello di cui stiamo parlando qua dentro, non è mica una faccenda privata quella che è cominciata la settimana scorsa. Quindi, per favore, perché non guardiamo in faccia alla realtà e alle conseguenze di quello che decideremo oggi?»
Beh, di certo non scese il silenzio.
Per i primi cinque minuti mi pentii del mio coraggio.
Avevo la sensazione che ci stessimo spaccando.
Altro che “dov’è discordia fa ch'io porti l’unione”.
Ma mi sbagliavo.
Ancora una volta.
Erano in tanti ad aver avuto un’evoluzione di pensiero simile alla mia ma, esattamente come me, in troppi si sentivano unici e, forse, più che di coraggio, difettavano di parole.
Anche io.
Non me ne venivano di migliori.
Giorgia era visibilmente perplessa.
Cioè, il mondo le era crollato addosso, aveva ricevuto qualche aiutino morale compensato dal visibile desiderio di vederla sloggiare e risolvere la grana e ora scopriva che tutti si erano arrovellati per trovare un modo di difenderla?
In ogni caso, non avevamo fatto una bella figura.
Potevamo rimediare?
Ecco, ci risiamo: rimediare.
Correggere.
Trovare una soluzione.
La soluzione la si trova ad un problema.
Un problema che ha un nome e cognome, un problema che aveva quindici anni e mi aveva reso orgoglioso della sua squadriglia. Un problema che aveva vent’anni e mi aveva commosso con il suo servizio, la sua passione e la sua lettera di Partenza.
Un problema che si chiama Giorgia e il suo essere lesbica.
Ma da dove mi venivano ‘sti pensieri?
Forse erano proprio questi pensieri a contaminarmi, ad inquinare il mio cuore, a impedirmi di mettere a fuoco una verità che mi sarebbe dovuta apparire limpida e cristallina da sempre.
Giorgia è Giorgia.
«E il vescovo? Se quelli gli vanno a rompere le palle e si incazza?»
«Conoscendolo si incazzarà con quelli, anzi, sapete che vi dico? Gli scriviamo noi con la nostra proposta di risposta a quegli stronzi, qualcosa tipo “Gentili genitori, in sede di Riunione di Gruppo potrete proporre all’assemblea lo scioglimento della Co.Ca e la chiusura del Gruppo scout. Non avete altre prerogative e in quanto a vostro riferimento alla decenza scegliamo, cristianamente, di porgere l’altra guancia.” Che ne dite?».
«Eh, ma se si rivolgono ai giornali? Anzi, scusate, chissene…»
«E i bambini?»
I tre lupetti che non avrebbero più cacciato con noi.
«Non ci possiamo fare niente. I genitori scelgono per loro il minibasket o il pianoforte, la pallavolo o il teatro e noi ne salutiamo sempre troppi ogni anno. ‘sti sei sciagurati hanno scelto per loro l’odio e l’odio è contagioso. Per i bambini manterremo sempre una porta aperta e poi magari il fatto di non cedere al ricatto farà rinsavire qualcun altro. Noi dobbiamo pensare anche agli altri trentasette bambini per cui cedere al ricatto significherebbe la fine dello scautismo».
Non ci fu bisogno di altre dichiarazioni o conferme.
Gli staff vennero definiti e le dimissioni di Giorgia respinte: potevamo uscire da quella stanza surriscaldata e goderci la festa.
Giorgia venne da me e io devo ammettere che ne ebbi paura: «Senti, io ti devo ringraziare ma lo voglio fare per bene e ora devo correre da Giovanna perché, beh, te lo puoi immaginare …»
Me lo potevo immaginare anche perché pure io dovevo correre da mia moglie a riferire.
Emersi nella calda sera dell’ultimo sabato di Settembre da una stanza ancora più calda.
Qualcuno dei ragazzi e delle ragazze al lavoro si voltò, ma erano sguardi interessati o solo casuali?
Raggiunsi mia moglie al banchetto della cassa per darle il cambio.
«Domani ti racconto tutto, comunque Giorgia resta e quelli li sfanculiamo!»
«Avete fatto bene. Ti senti meglio?»
Già: non era stata una settimana facile e mia moglie se ne era accorta sin dal primo momento.
E una famiglia normale, di questi tempi, non ha proprio bisogno di ulteriori preoccupazioni scaturite da quello che, a rigor di logica, agli occhi del mondo, è solo il passatempo infantile di un genitore.
«Sì. Non lo so. Sì. Diciamo che stavo meglio sabato scorso all’inizio della riunione».
Mi strinse forte la mano e andò a dar man forte al banchetto dei panini.
Iniziai ad incassare e a distribuire tagliandi da portare ai vari banchetti.
due euro e mezzo il panino, due euro e mezzo la birra alla spina, due euro le patatine fritte e così via.
Genitori e parrocchiani presero d’assalto la cassa e quel lavoretto meccanico fece evaporare un po’ d’ansia.
Non tutta: il residuo, più che alla bruttezza del cammino per arrivare al traguardo, scaturiva dalla casualità di quel traguardo.
Qui, oggi, tagliato.
Ma domani?
Quante altre prove di questo genere per Giorgia e Giovanna?
La fila scorreva.
Uno dei miei figli mi venne a portare una birra «Da parte di mamma! Sta pagata!»
Me ne scolai metà per la semplice, banale, sete.
La coda si stava esaurendo, ben presto avrei ricevuto il cambio.
Arrivò Giovanna, sola.
Mi guardò e mi porse un biglietto da 10 euro.
«Birra e salsiccia per te e Giorgia?»
«No: quattro birre, tutte e quattro per noi due. Appena ti sostituiscono cominciamo: devi raccontarmi un po’ di cose».
Presi la banconota.
Le birre, però, non me le meritavo.
Ma berle con lei sarebbe stata …
Una cosa buona?
No: solo una birra con la persona che amava una mia ex Guida, ex Scolta, attuale Diarca.
Tutto qua.
Dedicato a tutti i fratelli e sorelle che si sono impegnati per arrivare al documento Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo.
E, soprattutto, a tutti i fratelli e sorelle che ne trarranno sollievo.


