28 novembre 2020

il MiG 23 di Maradona

Quando il Napoli vinse lo scudetto ero in cantina ad ascoltare la Radio mentre costruivo un modellino di MiG-23.



Sul ripiano di finto marmo, sopra un telo di plastica imbrattato di colori, colla ed acquaragia, il MiG, nei colori della Vojska PVO, prendeva forma mentre dalla vecchia radio che trasmetteva “tutto il calcio minuto per minuto” elemosinavo notizie sull’unica partita che mi interessava, quella che avrebbe deciso la conquista del primo scudetto del Napoli, la mia squadra del Cuore.

Era il 10 Maggio 1987 e non avevo ancora 13 anni: il calcio era una cosa seria.

Era lo sport nel campetto dietro casa, l’argomento di conversazione, di vita, di riscatto.

All’epoca, ricordo, per me il Napoli non era solo Maradona. 

C’era Ferlaino, il Presidente che combatteva nelle arene televisive della Domenica Sportiva contro lo strapotere dei club settentrionali.

C’erano gli altri giocatori: Giordano e Carnevale e soprattutto,  i mitici Ciro Ferrara e Claudio Garella, difensore e portiere, da sempre i miei ruoli quando giocavo a pallone nel campetto di Via dei Messapi.

Il Calcio era tutto, parlato nell’intervallo a scuola, giocato subito dopo.

La stagione del primo scudetto del Napoli fu un evento Politico, anzi: uno dei miei primi eventi politici.

Il Calcio era Riscatto, il luogo dove il Sud povero poteva competere col Nord ricco, dove la capacità di prendersi un pallone in faccia valeva più della faccia tosta nel parlare con le ragazze.

Il Napoli di Maradona fu la mia prima illusione.

Tante ne sarebbero seguite, tante cose dorate si sarebbero rivelate di princisbecco.

Per primo cadde lo Sport, l’anno dopo, con lo scudetto regalato al Milan.

Le istituzioni, la Politica, la Scuola. Persino parte dello Scoutismo, si sono accavallati in una sequenza di svalutazioni che non è ancora finita.

Piuttosto mi meraviglio di quanto sia stato così caprone da rigiocare tante volte la stessa partita truccata.

Mi sto godendo il documentario su Maradona nel catalogo di Netflix.

Lo sto assaporando, come se i trent'anni in cui, per me, il Calcio è decaduto a costoso spettacolino oppiaceo per le masse non ci fossero mai stati.

Ricordo bene il ragazzino che corse felice su per le scale esultando per lo Scudetto del Napoli di Maradona.

Ma non mi si chieda di tornare a quel giorno per rivivere quella gioia: ne ho abbastanza di cose di princisbecco.

Ma stasera, con un buon rosso portoghese e l'ottima pancetta di Lucania, brindo sia al Grande Campione Maradona che all'esploratore del Reparto Matera I Sagittario che credeva nel Calcio, nello Sport e nel valore dell'Uomo.
Con la speranza che l'Uomo che è diventato smetta, tutte le volte che può, di essere un Funzionario, ligio al Politicamente Corretto e al velenoso avamposto dell'assolutismo ipocrita che mina ogni pensiero critico.



23 novembre 2020

Per la Gloria (The Hunters) di James Salter

 


Ho molto apprezzato questo malinconico romanzo di guerra in cui la guerra è descritta tanto efficacemente quanto strumentalmente.

"Per la Gloria" è il romanzo dell'inquietudine dell'uomo moderno.

Condannato all'oblio non solo se manca il vertice, ma anche dopo esserci salito.

Ogni condizione diversa da quella del successo più estremo (l'aver abbattuto 5 MiG russi) e immediato (se hai abbattuto venti caccia tedeschi non conta nulla) precipita l'uomo nello sconforto.

La lettura è scorrevole e le pagine sono un piacere per gli amanti della parola scritta.

Il Talento di Salter è prodigo di frasi lucenti, incise lì dove il resto del testo è solo stampato.

L'incipit, "Una Notte d'Inverno, gelida e buia, avanzava sul Giappone, sulle acque agitate a oriente, sulle isole scoscese sulle cità e i piccoli villaggi, sulle srade desolate" ne è solo il primo esempio.

Il protagonista si strugge nella consapevolezza che senza il successo tutto è vano e che dopo il successo tutto è vano ugualmente.

Il romanzo è rimasto attuale nonostante i quasi 65 anni di età. 

Direi che posso catalogarlo a buon diritto tra i classici.

Ne è stato tratto un bel film (i Cacciatori) in cui Hollywood sostituisce l'impresentabile ansia della futilità della guerra e della gloria con il coraggio di uccidere e morire.

Non so se Salter abbia voluto o saputo descrivere involontariamente la castrazione del Vir Occidentale, ridotto ad eroico consumatore, ma non ho difficoltà ad immaginarlo, al tramonto della sua vita, pochi anni fa, guardare le milioni di solitudini nutrite dallo streaming e dire: "Ecco, chi è caduto solo nei cieli dello Yalu era meno solo di costoro"

4 novembre 2020

Trump vince per colpa mia (la risposta è dentro te ma però è sbagliata)



Già.

Ed è lo stesso anche se perde per poco.

Ti alzi presto al mattino, vai a lavorare in bicicletta invece che in auto.

Sei attento alle questioni ambientali, dai il buon esempio sia al volante che nella raccolta differenziata.

Non ti fai nemmeno troppo impressionare dal politicamente corretto.

Sei impegnato nel volontariato, i linux day, gli scout, mascherina e tubetto di gel sempre in tasca, buon esempio, disponibilità sul lavoro.

Niente TV, magari Radio 3, sicuramente un buon libro.

Ovviamente, un grande orrore per la violenza di ogni tipo, una gran fede nella scienza (oltre che nella testimonianza di un Uomo che abitò la Terra duemila anni fa).

E mica so' tutte chiacchiere e distintivo: azioni concrete eh!

Tonnellate di CO2 risparmiate, impegno diretto in Politica, petizioni, fosse per me dopodomani potremmo fondare la Federazione dei Pianeti Uniti.

Tutto vero eh.

Tutto un inutile bla bla bla.

Posso fermarmi mille volte per far passare un pedone sulle striscie pedonali, quando quel pedone si metterà al volante farà lo stesso per altri?

C'è qualcosa di errato, si profondamente errato sia nell'idea che nell'azione di un tizio come questo.

Non chiedetemi di identificarlo, 'sto qualcosa.

Ma c'è.

Perchè ci sono gli effetti.

La mascherina portata con strafottenza col naso di fuori non sarà figlia della mascherina portata correttamente?

Eccetera eccetera eccetera.

Il mondo precipita in una distopia e non c'è modo di convincere chi ha un reddito medio basso a smetterla di votare per chi gli taglierà l'assistenza sanitaria, la scuola ai figli e ancora un'altra sequenza di noiosi eccetera.

Su queste pagine ho più volte ricordato che dalla Pandemia si uscirà col passo dell'ultimo, inteso come evasore fiscale, nomask, novax, terrapiattista e ancora una volta eccetera.

Ma, evidentemente, non basta.

C'è un errore di sistema da qualche parte che va oltre le contraddizioni della Sinistra, l'ipocrisia borghese  e la miopia che qualunque militante di un partito di Sinistra in Italia conosce bene.

E che va oltre l'enormità del fallimento pratico dei populismi (prima gli italiani --> a prenderlo in quel posto, no agli sbarchi --> e sbarcano di più, fuori i clandestini --> e si bloccano i rimpatri, l'interesse nazionale --> calzoni calati davanti a turchi libici ed egiziani) perchè anche questi fallimenti entrano a pieno titolo nel bla bla e negli eccetera di cui sopra.

Ed è un mio errore.

Per forza.




18 ottobre 2020

Fratelli Tutti

L'altra sera, andando in centro in bici per faccende di studio mi sono messo a contare i ciclisti che incrociavo.

Ne ho contati 18.

In 15 erano senza alcun tipo di luci, inclusa una mamma con bimba sul seggiolino che se ne andava sul cavalcavia di San Donato per strada (con _pessima_ ciclabile lì a fianco).

In 3, me compreso, avevano le luci accese.

Quanti incidenti sono causati da costoro?

Praticamente nessuno.

Le statistiche (qualche tempo fa ho raccolto da qualche parte sul mio blog un po' di link coi numeri, perdonatemi se non inizio tutte le volte da Adamo ed Eva.) dimostrano che i comportamenti pericolosi dei ciclisti sono una bazzecola rispetto a quelli degli autisti di veicoli a motore.

Oggi ho fatto una passeggiata in centro, qui a Bologna, con Francesca in braccio che faceva i capricci per avere un altro gelato.

Così mi sono messo a contare i pedoni.

Sono arrivato fino a 100, di cui 21 senza mascherina e una buona metà di questi 21 non circolavano affatto isolati e a distanza dagli altri.

Controlli: ZERO.

All'aperto il pericolo è molto relativo, quindi c'è poco da fare gli isterici e, se hai avuto la sfortuna di una educazione appena più che mediocre, ti toccherà sopportare l'arrogante autolesionismo degli italiani senza poterci fare gran che.

Secondo la mia esperienza limitata, con una base statistica molto inferiore alle cento persone, delle banalissime misure di sicurezza (mascherina, gel, distanza) se ne fottono (spesso con strafottenza) circa il 30% delle persone.

Ho poca voglia di bilanciare le responsabilità dei singoli con quelle dei politici, ovviamente il governo italiano ha miracolosamente fatto molto meglio di quanto potrebbe far sperare la base elettorale e molto peggio di quanto scienza e ragionevolezza pratica avrebbero consentito.

La gran parte degli italiani ha sbalordito il mondo per correttezza e senso di responsabilità, peccato per un piccolo dettaglio: se il baratro è largo 4 metri, riuscire a saltarne 3 metri e 3/4 non è un buon inizio...

Il punto cruciale d queste riflessioni è che l'umanità non è adatta al mondo che ha creato.

L'antropocene richiederebbe misure politiche globali e nazionali da far sembrare grida manzoniane i DPCM dell'Era Covid.

Io so e ho le prove che la quasi secolare pandemia da motorizzazione ha una cura complessa che si può vedere applicata purtroppo raramente, in città come Oslo, Amsterdam, Copenaghen (e in molti, troppo pochi, altri posti).

Ma, dai più, la cura è vista peggio della malattia.

La ragione del singolo essere umano è fallace, chissà io quanto sono negazionista in altri campi.

Ma quella dell'umanità non può esserlo, pena l'estinzione.

Ancora una volta: leggetevi "Fratelli Tutti" di Papa Francesco.

E' cura.




5 ottobre 2020

Frecce, Saette, Folgori e Veltri: Dalla MiG Valley alla Storia della Caccia Italiana - Seconda Parte e postilla Covid


Le righe che seguono sono ispirate dalla lettura dell'opera dell'Ing. Giulio Cesare Valdonio: Frecce, Saette, Folgori e Veltri: storia critica dei caccia italiani della Seconda Guerra Mondiale, Edizioni Rivista Aeronautica.

Ragionaiamo subito sull'editore: l'Aeronautica Militare Italiana.

Dato che il contenuto del testo non è proprio lusinghiero nei confronti dell'organizzazione che l'ha preceduta nel tempo (La Regia Aeronautica fondata dal governo fascista) registriamo una concreta presa di distanza dall'aeronautica fascista.

Bene!

L'opera dell'Ing. Valdonio è semplicemente monumentale e analizza genesi, progettazione, collaudi e produzione dei velivoli da caccia italiani costruiti sotto il Fascismo.

Le analisi sono accurate e l'autore si mantiene in un sentiero di rigore scientifico lasciando ben poco all'interpretazione personale.

Tuttavia non ci si deve attendere un elenco di dati tecnici e relativi riferimenti storici.

L'opera è appassionante e si ha sempre voglia di leggere una pagina in più.

Come un giallo.

Già, perchè dietro i diagrammi, i disegni tecnici e le fotografie ci sono molte vittime.

E, in maniera pur asettica, l'Ing. Valdonio indica a viso aperto mandanti ed esecutori materiali.

Ho molto apprezzato l'opera anche per un egoistico puntiglio di soddisfazione: nel testo ho trovato piena conferma alle mie velenose considerazioni di qualche anno fa a seguito di una mia visita al Museo Storico dell'Aeronautica Militare di Vigna di Valle sul lago di Bracciano.

L'aeronautica fascista fu la meno capace delle tre forze armate (contende il primato con la Regia Marina le cui corazzate riuscirono a mettere in tutta la guerra solo 7 colpi a segno sulle navi nemiche), incapace di difendere il territorio nazionale dai bombardamenti alleati sin dai primi giorni di guerra, anche  quando aveva la superiorità numerica sugli avversari.

Ovviamente l'incapacità bellica non è sinonimo di vigliaccheria dei piloti e di incompetenza dei tecnici.

Proprio il contrario: provateci voi ad affrontare in piena coscienza un nemico superiore di numero, superiore per qualità degli aerei, superiore per organizzazione tattica, in due contro venti, armati di mitragliatrici contro cannoni, su velivoli più lenti e meno protetti di quelli degli avversari.

Eppure la Regia Aeronautica stupì il mondo a forza di record e imprese memorabili e si comportò benissimo durante la Guerra di Spagna.

Come mai pochi anni dopo i risultati contro le pur inizialmente modeste forze alleate (i moderni Sptifires inglesi arrivarono tardi nel Mediterraneo) furono così disastrosi?

La genesi della catastrofe è sagacemente descritta dall'Autore in una commistione (diciamocelo pure: molto probabilmente interessata) tra industria e gerarchie politiche e militari.

Possiamo elencare alcuni di questi fatti:

Prima di tutto la Regia Aeronautica non aveva le idee chiare (ma questo è giusto: era o non era l'Arma fascistissima?) ed emetteva regolarmente requisiti errati (ma come, il teorico della guerra aerea poi attuata dagli alleati non era il Generale Italiano Giulio Douhet?).

Il caccia deve essere veloce ma col tettuccio aperto, deve arrampicarsi ad alta quota in un battibaleno ma può essere anche lento (il concorso del 1936 prescriveva una salita a 6000m in 4 minuti e tenete presente che il superlativo spitfire ne impiegava 9, ma una velocità massima praticamente da biplano: 450km/h). Di radio, cannoni e serbatoi autosigillanti poi se ne fa tranquillamente a meno.

Poi, le industrie strappavano contratti in cui era retribuito in pratica il numero di ore lavorate per singolo aereo: va da sè che c'era pochissimo incentivo a produrre 10 aerei al giorno quando si guadagnava di più a produrne 10 al mese...

Incredibili, poi le arretratezze tecniche imposte dalla necessità di tutelare i processi produttivi esistenti: nonostante fosseri note tecniche di calcolo delle strutture aeronautiche di tipo moderno molti degli aerei italiani erano progettati e costruiti secondo criteri di vent'anni prima con strutture in tubi saldati invece che a semiguscio con un aggravio di pesi, costi e tempi di produzione in cambio di una maggiore debolezza strutturale. I profili alari erano costruiti a senso invece che usando i profili NACA e non si faceva nessuno sforzo per facilitare la produzione in serie.

Quasi sconosciuta la radio ricetrasmittente (Guglielmo Marconi forse era Sovietico?): il coordinamento  sia da terra che tra piloti era, pertanto, praticamente nullo.

E le armi? Due misere mitragliatrici mentre il nemico ne aveva minimo 4 e spesso accompagnate da cannoni a tiro rapido.

Senza entrare nel dettaglio tecnico, quindi, i velivoli italiani erano costruiti PEGGIO non solo di quelli avversari, ma PEGGIO di come l'industria italiana avrebbe saputo costruirli.

L'aeronautica fascista mandava in battaglia piloti formidabili (ma senza addestramento alle tattiche moderne) e coraggiosi a bordo di aerei che avrebbe potuto serenamente equipaggiare molto meglio.

Riporto un ultimo esempio: il caccia FIAT CR-42 (rifacendomi al mio precedente post):

era un biplano che volò dopo il Caccia monoplano MC200 (che aveva vinto il concorso per il nuovo caccia del 1936).

Era antiquato prima ancora di lasciare il tavolo di disegno, decrepito ancora prima del volo di collaudo, un dinosauro.

Eppure alla FIAT la Regia Aeronautica "fascistissima" ne ordinò  1800 esemplari mentre dei ben più validi MC200 prima ed MC202 poi, si superò a stento una produzione di un migliaio di esemplari.

Pur disponendo GIA’ di due caccia non eccezionali, ma comunque validi (MC-200 e G-50), l’Italia mise in produzione un terzo velivolo obsoleto già in partenza e lo mantenne in produzione per tutta la durata del conflitto.
Facendo ammazzare un sacco di bravi ragazzi, abili piloti, tecnici del volo, mandati al macello contro Spitfires e Mustang ben armati, veloci e corazzati, esattamente come i loro fratelli della fanteria con le scarpe di cartone o della marina con le navi, cieche, senza radar.
Per tacere delle complicazioni logistiche di avere tante diverse linee di manutenzione e supporto.
L’Italia costruì ‘solo’ 400 G-50 e 1000 MC-200, (la Germania, per dirne una, costruì 35mila caccia Me-109 durante la guerra).
E ben 1800 CR-42 biplani con uno spreco di risorse (leghe metalliche, motori, armi, strumentazione) criminoso.
Ecco l’ Italia della speculazione industriale sulla pelle della gente.
Lo sapete perchè la FIAT ha potuto costruire 1800 obsoleti CR-42?
Perchè il CR-42 era un’evoluzione di un precedente caccia biplano degli anni 30, il CR-32, di cui la FIAT non aveva nessuna intenzione di smantellare le linee di produzione che potè riciclare per il CR-42 grazie alla compiacenza di generali e funzionari.
Più o meno lo stesso motivo per cui alla FIAT fu consentito di costruire 400 G-50, l’aereo PERDENTE del concorso per la costruzione del nuovo caccia, concorso vinto, invece, dal Macchi MC200.
E pensate anche alle nostre città indifese sotto i bombardamenti a tappeto.

La produzione aeronautica inglese, nel 1939, era praticamente pari a quella italiana.

Nel giro di 2 anni gli inglesi ci surclassavano Dieci ad Uno.

E anche i migliori caccia italiani di seconda e terza generazione, con tutti i loro pregi e difetti, furono semplicemente sommersi dal numero.

Ringrazio di cuore l'Ing. Valdonio per la sua opera di elevatissimo valore Storico e Scientifico, gli errori in queste righe sono senz'altro tutti miei.
Come senz'altro è mia responsabilità collegare la conoscenza universale, all'epoca,  dell'esistenza della Radio, delle cabine chiuse, dei cannoncini a tiro rapido, degli strumenti giroscopici, delle procedure di ottimizzazione della produzione industriale aeronautica, dei profili alari NACA, dei serbatoi autosigillanti con la decisione di Regia Aeronautica ed Industria di snobbarli con la conoscenza universale, oggi, dell'efficacia di mascherine, gel lavamani, distanza fisica e app immuni e la decisione di una larga fetta della popolazione italiana di snobbarli.
Chissà chi vota, in media, chi se ne sta al chiuso con terzi senza mascherina.

PS: 

Per gli interessati suggerisco di recuperare su ebay una copia di questo testo di Giuseppe D'Avanzo:


E, alla fine della fiere, c'è poco da girarci intorno: più un'organizzazione è fascista meno è efficace ed efficiente.

3 ottobre 2020

Dalla MiG Valley alla Storia della Caccia Italiana - Prima Parte



Nell'ultimo mese mi sono appassionato a due saggi tecnici di Storia dell'Aviazione.

Un testo in inglese sulla Guerra Aerea in Corea e un testo italiano sulla Storia dei Caccia Italiani durante la Seconda Guerra Mondiale.

I due testi sono collegati dall'argomento ma anche da un filo sottile di cui parlerò dopo.

Partiamo da MiG Alley, una Storia della Guerra di Corea circoscritta alle azioni di combattimento aereo avvenute al confine tra Corea del Nord e Cina: tra i piloti USA da un lato ed i piloti Sovietici e Cinesi dall'altro.

Il libro ha potuto accedere a fonti declassificate di origine russa e cinese ridimensionando di gran lunga la pretesa dell'USAF di aver sbaragliato i MiG sovietici con un rateo Dieci a Uno (per ogni F-86 perso 10 MiG-15 avevano fatto la stessa fine).

Alla fine, il rateo di perdite è stato più prossimo a 1,3:1 (sempre a favore dell'USAF).

Ho apprezzato molto il libro ma non concordo con le sue conclusioni in quanto le trovo incomplete.

La tesi degli autori è che anche nei cieli l'USAF abbia pareggiato e non vinto, un po' come l'US Army che non è riuscito a cacciar via L'Armata Popolare di Liberazione Cinese dalla Corea del Nord.

Per prima cosa il rateo di abbattimenti non è eccezionale, inoltre l'esercito Cinese al fronte non ha mai vissuto una carenza di rifornimenti a seguito della massiccia campagna di interdizione aerea sulle infrastrutture della Corea del Nord.

Messa così c'è poco da aggiungere.

Io preferirei scavare un po' di più sul contesto.

Beh, ho usato il termine 'preferirei' perchè di fatto non sono riuscito (ancora) ad individuare tutte le fonti necessarie al mio ragionamento, mi riservo di aggiungerle qui man mano che le trovo, per ora basiamoci pure su wikipedia.

Non la voglio/posso far lunga, quindi iniziamo col dire che nel pieno della guerra in Corea si fronteggiavano 66 divisioni Cinesi e 18 circa USA/Sudcoreane. Nei Cieli si fronteggiavano circa 150 F-86 contro alcune centinaia (l'unica fonte che ho recuperato fino ad ora parla di circa 900 MiG 15).

Guardate un attimo la cartina:




Gli scontri avvenivano nella "MiG Alley", cioè a due passi dalle basi dei MiG e parecchio lontano da quelle degli F-86 americani.

Questo dato di fatto era un grave svantaggio per i caccia USAF ed un vantaggio notevole per i MiG.

Vi ricordo che quando gli inglesi fermarono i nazisti nella Battaglia d'Inghilterra (in cui i caccia tedeschi combattevano lontano dalla proprie basi e quelli inglesi  praticamente 'sopra' le proprie basi) il rateo di perdite fu di circa 1,13:1 in favore degli inglesi.

Con un rateo di perdite di 1,3:1 in favore dei tedeschi probabilmente oggi in Europa ci si saluterebbe romanamente (beh, in Italia lo si fa di nuovo senza destare particolari allarmi, vai a vedere che alla fine della fiera Stalingrado risulterà una bella vittoria nazifascista).

Inoltre, i tedeschi non erano nel grave svantaggio numerico in cui combattevano gli americani.

Direi che quando attacchi a 500 km dalla tua base in territorio nemico e in inferiorità numerica di almeno 3:1 il reateo di vittorie di 1,3:1 in tuo favore non è certamente un pareggio.

E considerando l'assenza delle aviazioni rosse sul campo di battaglia  ci si può allargare a definirla una vittoria piuttosto netta.

La cosa ha una valenza pratica anche considerando la campagna terrestre.

E' verissimo che, anche secondo le stesse fonti USAF, la campagna di interdizione nel territorio della Corea del Nord "non interdì" (Vice Admiral J. J. “Jocko” Clark, commander of the US Seventh Fleet in the final year of war: “The interdiction campaign didn’t interdict.”) e che le 66 divisioni cinesi al fronte ebbero sempre a sufficienza cibo, munizioni e armi.

Infatti, Nord Coreani e Cinesi erano abilissimi nel riparare ponti e ferrovie e nel trasportare _a braccia_ i rifornimenti dalle ferrovie al fronte.

Ma cosa sarebbe successo se il ponte buttato giù da una squadriglia di F-84 (6 piloti) e riparato da un reggimento di genieri (1000) uomini anche più volte al giorno fosse rimasto su?

Io credo che invece di 18 divisioni, agli USA, per mantenere lo status quo, ne sarebbero occorse molte di più.

Probabilmente, troppe di più.

Di fatto, quindi, la campagna di interdizione non interdì, ma tenne il fronte.

E lo chiuse quando, il 15 luglio del 1953, alla vigilia (letteralmente) dell'offensiva comunista che avrebbe dovuto spezzare il fronte alleato, un singolo gruppo di caccia bombardieri (il 18°) con quella che si può definire solo una gran botta di culo, individuò e distrusse il gruppo di treni carico di munizioni indispensabile all'offensiva cinese che, infatti, non ci fu.

Pochi giorni dopo si firmò l'armistizio tutt'ora in vigore.

La Guerra di Corea, quindi, non è affatto finita e se c'è un posto in cui la follia della Guerra può tornare a manifestarsi è proprio lì.

Vi avevo promesso un filo di raccordo tra la Guerra di Corea e la nostra Guerra Aerea di 10 anni prima.

Inizierei da qua:

Dovete sapere che nel 1945-1950 gli inglesi erano al top per quanto riguarda la costruzione di jet per aerei da caccia.

Insomma, erano proprio bravi e anche oggi, per quanto non a livello degli USA se la cavano. 

Ma allora erano l'avanguardia.

Così, mentre in Europa calava la Cortina di Ferro, gli inglesi avevano progettato il più potente motore per Caccia dell'epoca, il Rolls Royce Nene.

Il non plus ultra.

Gli americani avevano la bomba atomica, ma non avevano un motore per jet così potente ed affidabile.

I Sovietici erano ancora più indietro.

Poi entra in scena uno di quei fatti più frequenti in un film di Peter Sellers che nella realtà.

I Sovietici chiesero agli inglesi di comprare il motore Nene per 'scopi scientifici'.

E il ministro per il Commercio Laburista inglese Sir Staffor Richard Cripps, incredibilmente, acconsentì.

Un po' come se l'Iran chiedesse ad Israele di vendergli il suo sistema antimissili Iron Dome e gli Israeliani Acconsentissero.

Un po' come se la Corea del Nord chiedesse a Trump in dono un centinaio di F-35 e fosse accontentata.

Un po' come se Civati chiedesse a Salvini di fare pubbliche dichiarazioni contro omofobia, saluti romani, fascismo, novax, negazionisti, ladri di 49 milioni, xenofobia (eccetera) e Salvini lo facesse.

Una faccenda che ha dell'incredibile.

Invano la Rolls Royce tentò di opporsi: fissò un prezzo esorbitante per ogni singolo motore ( i russi risposero che "la scienza non aveva prezzo"), cercò di accampare scuse e difficoltà burocratiche ma purtroppo non aveva sotto mano un direttore dei lavori di un'opera pubblica italiana e alla fine dovette cedere al volere del Ministro.

Quindi, qualche mese dopo aver ricevuto i primi esemplari del motore Nene, dopo aver promesso (giurin giuretto, croce sul cuore che possa morire) di usare il nene solo per socpi pacifici e scientifici, venne al mondo il MiG 15.

Che quando arrivò in Corea le suonò di santa ragione ai caccia americani (F-51 ed F-80) allora presenti sul teatro, cosa che spinse l'USAF a dispiegare in gran detta i pochi F-86 disponibili.

E il resto è storia, storia fatta da un aereo che non sarebbe mai esistito senza la perniciosa prodigalità di Sir Stafford, che fino a 5 anni prima era ministro della produzione aerea inglese durante la Seconda Guerra Mondiale e che proprio per questo ruolo avrebbe avuto tutte le carte in regola per valutare le conseguenze della sua letale ingenuità.

O criminale negligenza.

Appuntamento alla seconda parte.





Nota Bibliocineamtografica:

Sulla Guerra di Corea in Italiano ci sono pochi libri: il Classico "La Guerra di Corea" di Max Hastings e "Per la Gloria" di James Salter, da cui è stato tratto il film 'I Cacciatori' con Robert Mitchum. Si trova anche MASH di Hooker e poco altro.

A livello cinematografico va un po' meglio: 38° parallelo, Brigata di Fuoco, Brother of War, Essi Vivranno, il Fronte del Silenzio, Inno di Battaglia, I Ponti di Toko-Ri (forse il migliore), Sayonara, Taxi da Battaglia, I Dragoni dell'Aria.

Ogni tanto su Youtube si trovano anche spezzoni di film Nordcoreani. Se non fossero indice di una tragedia immane, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate. 






20 settembre 2020

Di Fazzolettoni Scout portati male e Minigonne portate bene




Questo post nasce da due eventi distinti.

Il più recente è l'invito fatto da una VicePreside di un Istituto Superiore Romano alle studentesse di non indossare minigonne.

Ah, io dubito che le cose siano andate proprio come la stampa riporta ma ai fini del ragionamento cambia poco, del resto le invettive contro i pantaloncini da campo troppo corti di Guide e Scolte le ho sentite pure io in AGESCI in tempi recenti.

L'altro è il disappunto mostrato sui social da molti Capi Scout per il 'disordine' dei fazzolettoni di alcuni ragazzi nelle foto del Calendario AGESCI ufficiale del 2020.

Fatevi un giro qui, per esempio.

Premetto che di minigonne ne so poco, quindi mi concentrerò più che altro sui fazzolettoni  scout lasciando qui, per le minigonne, solo un mio 'fortunato' post su Facebook:

Premesso che una minigonna mi fa sempre ringraziare il Cielo (Grandi cose ha fatto il Signore per noi ecc..), ma per essere femminista, non violento e contro il patriarcato non ho capito però che cosa si deve fare: le donne in minigonna si possono guardare, non si possono guardare o... si *devono* guardare?

Il controllo del vestiario dei giovani, mi è sempre sembrata una causa persa sin dagli anni '60 del Secolo Scorso.

Ai tempi di B.P. il problema era avere dei vestiti, non scegliere tra i vestiti.

Quindi, tra una VicePreside che pensa ai centimetri di coscia delle studentesse e certi Capi Scout a cui non va giù che sui fazzolettoni Scout ci siano spille, ammennicoli e aggiunte fuori ordinanza ci vedo una familiare assonanza.

Ossia, Educatori che, anche se in buona fede, confondono lo strumento con il fine.

L'uniforme scout è uno strumento educativo, non una cartina di tornasole del successo o del fallimento educativo.

E' fatta per i ragazzi, i ragazzi non sono fatti per l'uniforme.

Si parla di 'stile', ossia quell'insieme di modo di presentarsi e di comportarsi che dovrebbero contraddistinguere lo Scout Ideale.

Ma come si quantifica lo Stile?

Come si determina il successo di una azione educativa?

Sono abbastanza sicuro che il numero di spillette e la forma degli avvolgimenti di un fazzolettone non sia una buona cartina di tornasole delle qualità umane di chi lo indossa.

Prima di tutto perchè il regolamento associativo non mette becco su spille e spillette e decorazioni del fazzolettone.

E la correlazione tra fazzolettone portato come una collana e il cattivo stile temo sia più negli occhi di chi guarda che nel cattivo comportamento di chi lo porta.

Un R/S con il fazzolettone lindo e portato  perfettamente che voti Salvini o la Meloni un partito xenomofobo antiscientifico non è un gran che come risultato dell'azione educativa di tanti bravi capi.

Detto questo il mio fazzolettone è sempre stato privo di orpelli (spero che la spilla della Grande Quercia  dopo la Tempesta non sia troppo 'fuori ordinanza') e i calzettoni sono sempre su (sempre è una esagerazione però: fin quando reggono gli elastici dei calzettoni associativi, poi, il crollo sulla caviglia è inevitabile).

L'importanza dell'uniforme e di come va indossata correttamente è dinamica, va inquadrata nell'evoluzione della Persona.

La Coccinella terrà l'uniforme perfetta, da Guida inizierà a scriverci sopra la sua crescita e la sua adolescenza, da Scolta magari la renderà il più femminile possibile e da Capo, probabilmente, la indosserà alla perfezione. 

Però il problema della minigonna rimane. 

Problema educativo, dato che tra adulti la faccenda non si pone.

Effettivamente, vestirsi come per il pride o il party di compleanno a Scuola non è il massimo della serietà ma non ho nessuna intenzione di mettermi a misurare centimetri di stoffa:

suggerisco di tornare al grembiule all'infanzia/primaria e all'uniforme scolastica alle medie/superiori.

Anche per ridurre un pochino le disuguaglianze tra chi può vestire Prada e chi no.

Insomma, un po' di scautismo anche a scuola risolverebbe tanti problemi.

Alla vicepreside e ai professori a cui casca l'occhio, of course.

Perchè, sia chiaro, l'alternativa al pensiero è accettare "ordini superiori".

12 settembre 2020

Scuola all'italiana: un altro centro commerciale


La mia esperienza con le istituzioni scolastiche italiane è stata mediocre.

Ho un buon ricordo della mia maestra che arrivò a parlare del nazismo e dei campi di sterminio, poi, che vi devo dire: non faccio troppi errori di ortografia e conosco i nomi di tutte i i Capoluoghi di Regione d'Italia.

Le cose sono rimaste accettabili alle scuole medie (oh, alla fine ero in una succursale della Giustino Fortunato all'estrema periferia di Matera, mica ad Oxford), pur con qualche segno di cedimento in alcune materie.

Oggi ringrazio la professoressa di Religione che ci dava un sacco di compiti: la scrittura mensile e manuale di un vero e proprio giornalino formato A4.

Il guaio è iniziato con le superiori, con una discesa lineare lungo tutti e 5 gli anni di Liceo.

Ho memoria di un ambiente arido, pervaso più dall'incompetenza tecnica che dall'ignoranza.

Ho esperienza dell'arbitrio irresponsabile (sarà  quella la causa primaria per la mia idiosincrasia verso l'irresponsabilità dei posti fissi?) e di una didattica che posso solo definire kafkiana.

I miei professori non erano asini, ma essere erudito non ti rende un buon docente.

Tra l'altro, per rendere l'esperienza scolastica dimenticabile, basta e a avanza che un paio di persone incompetenti siedano nel collegio dei docenti.

Il Latino e il Greco possono avere una validissima funzione educativa. Del resto, in un mondo in cui il volume del sapere è molto maggiore rispetto a quello dei nostri nonni, è impensabile pretendere che la Scuola istruisca in tutti i campi dello scibile: molto meglio che insegni ad imparare.

Infatti, 'si dice' che il Latino e il Greco abbiano una funzione educativa e formativa del pensiero e del ragionamento.

Non è l'impressione che ho avuto. La mia esperienza è stata più nel campo dell'autoreferenzialità e non in quello della dimostrazione  scientifica dell'utilità della conoscenza dell'aoristo cappatico.

La mia scuola era povera, povera di esperienze di laboratorio e pure l'accesso alla biblioteca dell'istituto era praticamente impossibile:

Al ginnasio, almeno, c'era quella di classe: un armadio colmo di tascabili consunti ma almeno disponibili.

Al liceo (l'ho già nominato Kafka?) le biblioteche di classe vennero soppresse, i libri confiscati dal preside e trasferiti nella biblioteca d'Istituto. 

A cui non si poteva accedere.

Ho scritto di questo episodio in diretta, mentre lo ricordavo.

L'università meriterebbe un capitolo a parte ma posso serenamente affermare che la discesa lineare è qualitativamente proseguita anche al Politecnico di Torino.

Insomma, alla domanda "a che serve la scuola?" Beh, la mia esperienza mi porta a rispondere: a fornire posti di lavoro, a vigilare sui minorenni, en passant, alfabetizzandoli a macchia di leopardo.

Tuttavia, le polemiche sulla scuola covid correlate sono veramente inaccettabili.

Le spiego né più né meno come effetto del fallimento del sistema scolastico.

Insomma, non difendo la Scuola Italiana, ma credo che sia arrivato il momento di far rinsavire il cane che si morde la coda.

Ho letto di paragoni tra cassiere  di supermercato e maestre, cosa che mi sembra perfettamente in linea col sentire comune: il supermercato deve restare aperto perché così posso mangiare, la scuola deve restare aperta perché così posso lavorare. Servizi essenziali, insomma.

Proprio come le discoteche ad agosto.

Tutto sommato, secondo il mio personalissimo punto di osservazione (la mia timeline Facebook):

  1. della sicurezza dei propri figli (e della propria) non frega a nessuno;
  2. di cosa ci vadano a far a scuola frega ancor meno: basta che non stiano in mezzo.

Lo so bene che c'è se i bambini non vanno a scuola per il lavoro è una catastrofe ma pare che il 2% circa di possibilità di morire per la congiuntura non sia una variabile che entra nel ehm, mi vergogno un po', ma chiamiamolo pure 'ragionamento'.

Non ho in simpatia i ministri dell'istruzione, i funzionari del ministero (l'algoritmo segreto dei trasferimenti della "aperte virgolette" buonascuola "chiuse virgolette" me lo ricordo ancora), i provveditori, i presidi e gli inamovibili ed irresponsabili professori.

Ma non si sono materializzati lì per caso.

Sono il prodotto dell'evasione fiscale, dell'assenza di una Politica per l'Istruzione, della colonizzazione partitica dell'Istituzione e di centomila altre cause, sindacati inclusi: compilare la più banale domanda è cosa così complicata da richiedere per forza la loro consulenza.

In pieno stile Novax e negazionista del Covid aggiungiamoci pure le assurdità sulle vacanze e sugli orari di lavoro dei docenti.

Un insegnante di scuola primaria prende 1300 € al mese. 

In Germania esattamente il doppio.

Per un orario teorico di 24 ore settimanali.

Che, nella pratica, superano abbondantemente le 40.

E, no: non dettaglio come ci arrivo: chi si vuole informare sarà bravo a sommare alle ore di lezione quelle di collegio, riunione, correzione compiti, preparazione lezioni, incontri con psicologi, assistenti sociali, , gruppi operativi, consigli di classe, corsi di aggiornamento, corsi di formazione, intergruppo, ricevimento, eccetera. 

40 è una stima per difetto.

E in tempi di Didattica a Distanza anche di più, domeniche incluse.

Secondo i miei fallibilissimi calcoli la paga oraria di un docente di scuola primaria (1300/40x4,5) è appena superiore ai 7 € l'ora che salgono a 8,5 se si 'sottraggono' i mesi di chiusura delle scuole, luglio ed agosto.

Non vorrei ridurre le mie considerazioni sulla Scuola a questa banalità ma è senz'altro un buon punto di partenza.

Al di là della questione Covid, io mi chiedo come si possa anche solo immaginare che un Organismo che malfunziona con meno della metà delle risorse minime possa in pochi mesi garantire il raddoppio degli spazi e qualcosa di diverso da una difesa burocratica fatta di autorizzazioni, autocertificazioni e portarsi da casa disinfettante, mascherine fpp2 e visiere in un alternarsi di ordini e contrordini.

Pure per il test sierologico ci si è dovuti arrangiare motu proprio, ma, secondo la stampa, gli insegnanti disertano, defezionano, si rifiutano.

Come ci si può rifiutare di obbedire ad un "ordine" che non è mai stato dato?

Mi sto dilungando troppo.

Cari genitori che non vedete l'ora di mandare a scuola i pargoli, se avete una così scarsa considerazione e rispetto per i docenti a cui li affidate non sarebbe meglio pregare che la vostra scuola non apra?

Non pretendo che smettiate di evadere le tasse o che votiate per spostare la spesa pubblica dal sussidio all'investimento,  o che votiate qualcuno che dica chiaro e tondo cosa vuole farne della Scuola per rendere i vostri figli capaci di trovare, prima ancora che uno straccio di lavoro, una via di Libertà nei meandri della Vita.

Ma almeno che vi decidiate: gli insegnanti sono vostri nemici da combattere o alleati da sostenere?


Andreotti diceva che in Italia ci sono due tipi di pazzi: quelli che pensano di essere Napoleone e quelli che vogliono far funzionare le Ferrovie dello Stato.

Non sono sicuro del mio stato di salute mentale ma di sicuro non ho una ricetta per la Scuola Italiana.

Occorre un forte mandato Politico, studiare molto, pensare e saper illustrare l'Idea di Scuola e di Società a cui la Scuola dovrebbe o dovrà preparare, essere capaci di gestire la complessità delle norme, saper restituire un valore ad un corpo docenti anziano (che non ha fatto il giuramento di ippocrate e nemmeno ha firmato per farsi picchiare dagli alunni)  e risolvere il nodo del reclutamento che ora è pura letteratura kafkiana (l'ho già detto?)

Niente basterebbe che.

Anzi, uno: basterebbe che iniziaste a comportarvi da genitori adulti e non da clienti picciosi.

Auguri a tutti, buon inizio di Anno Scolastico, il più difficile dal 1944/45.



PS: Le mie pagelle al Liceo non avevano mai un voto inferiore a 7, credo, in IV ginnasio, di aver preso tutti 7 e due 8.

Al liceo fioccarono gli 8 e anche qualche 9.

La cosa che non perdonerò mai ai miei insegnanti è di avermi consentito di prendere 8 e 9 studiano al più un'ora e mezzo al giorno.

Soprattutto al liceo non ricordo di aver mai studiato dopo le 16:30 - 17:00.

Una farsa.

30 agosto 2020

Sono Don Nunzio: Vita e pensiero di don Annunzio Gandolfi, il prete con i baffi

La lettura di “Sono Don Nunzio” di Andrea Padoin è stata piacevole, per me quasi obbligatoria.

Ho incontrato le parole di Don Nunzio Gandolfi molti anni prima di entrare nella Comunità Capi del Villanova 1 (il Gruppo Scout in cui ha prestato Servizio per moltissimi anni) dove non solo la Memoria concreta dell’Uomo e del Sacerdote ma soprattutto quella del capo è sempre viva e di ispirazione per Capi e Ragazzi.

Certo, il mio è stato un incontro indiretto, attraverso i suoi scritti e in particolare il racconto “una fibbia scout” nella raccolta “Fuoco di Bivacco”.

Per molti anni ho creduto che fosse una storia vera e non un suo racconto.

Tuttavia, un episodio del genere è successo davvero sul fronte del pacifico quando uno scout giapponese ha salvato la vita ad uno scout americano.

Insomma, ho letto Don Nunzio prima di sapere che fossero parole di Don Nunzio.

Entrare nel Villanova mi ha messo in contatto con ben altro.

Uno Stile ormai raro, una Comunità forte, una tradizione feconda e non sterile.

Quello che intendo per Memoria Concreta.

Ho incontrato Don Nunzio anche in un romanzo di Enrico Brizzi, nei cimeli del corridoio della Canonica, nella biblioteca di libri scout (in cui ho recuperato una preziosissima copia di “Stella in Alto Mare”) e anche in quel piccolo miracolo rappresentato dalle casse di munizioni usate dal reparto come casse di squadriglia senza che gli E/G abbiano idea di cosa contenessero durante il secolo scorso.

Quindi mi sono procurato una copia di “Sono Don Nunzio” e ho iniziato a leggerla in vacanza.

Il libro è curato in grafica ed impaginazione, racconta la vita di Don Nunzio attenendosi a fonti sempre ben esplicitate nelle note a piè pagina.

L'autore sa il suo mestiere.

L'aneddotica è ricondotta alla sua funzione di alleggerimento e descrittiva di un carattere ed una personalità di spessore.

Non viene narrata solo una vita ma anche un Servizio, un’idea, un’azione concreta di educazione e fede lunga tutta una vita.

E' uno che lo Scautismo lo ha vissuto e ci ha pensato su per poi scriverne e tornare a viverlo.

Ora, domandiamoci a cosa serve scrivere, leggere e meditare sulla biografia di un Sacerdote e capo Scout.

Scrittore prolifico, capo di spessore, la sua azione ha dato un contributo significativo sia alla teoria dello Scautismo che alla vita di centinaia di persone che hanno usufruito, direttamente ed indirettamente, del suo Servizio.

Chiediamoci quale sia il fine utile, quello che va al di là del doveroso omaggio, quello che deve essere riproposto ai Capi e ai ragazzi.

Don Nunzio, bolognese, incontra lo Scautismo assieme alla sua Vocazione, da Partigiano, negli anni della Lotta per la Liberazione dell’Italia dai Nazifascisti.

Nel dopoguerra è uno dei giovani Capi che hanno rimesso in moto lo Scautismo italiano.

Partecipa a tutti i Jamboree, scrive, cammina, organizza unità, in due parole coniuga pensiero ed azione Scout su molti fronti.

Perchè un libro sulla vita di quest’uomo?

E, soprattutto: a cosa servirebbe ad uno Scout leggere questa storia?

Al primo perchè rispondo con la parola Memoria.

L’Agesci è una associazione in cui, nonostante la straordinaria forza e impegno di Capi e ragazzi la Memoria è troppo spesso selettiva.

Il Pensiero di B.P. è diffuso solo mediocremente, si sa più o meno qualcosina sulle Aquile Randagie, a macchia di leopardo si conosce Don Peppino Diana e di Don Minzoni s’è persa ogni traccia.

Ma dopo B.-P., dopo le Aquile Randagie qualcosina sarà pur capitata:

la ricostruzione dello Scautismo, il 1968, la nascita dell’AGESCI sono state rese possibili dalla Testimonianza e dal Servizio di persone come Don Nunzio.

Questo percorso dovrebbe essere noto ad ogni capo.

Una interpretazione vorrebbe che quello di Don Nunzio sia uno Scautismo d'altri tempi.
Ma ci vuol poco a smontarla.
Negli anni 40, 50, 60, ma anche 80 e 90 del Secolo Scorso lo Scautismo di Don Nunzio era lo Scautismo di frontiera, per definizione.
Era lo Scautismo dell'estrema periferia industriale del pur ricco Nord.
Dov'è (e io so che ancora c'è) lo Scautismo di frontiera, quello di rottura con le convenzioni?

Vorrei proprio vederli quelli che si son oscandalizzati del Calendario Agesci 2020 perchè alcuni fazzolettoni di ragazzini gli sembrano poco stilosi partecipare ad una operazione di Frontiera equivalente alla creazione dell'AGESCI e l'introduzione della Coeducazione negli anni '70... negli anni 20 del XXI Secolo.
Don Nunzio ha rappresentato il rigore, ma anche l'innovazione, il guardare lontano e poi ancora più lontano.

Infine, la seconda questione: l’utilità per il Servizio di Oggi e di Domani di libri come questo.

Ritengo che libri come "Sono Don Nunzio" siano uno strumento educativo. 
Per Capi, in primis.
La Vita di Don Nunzio è più di un esempio e per un capo leggerne la testimonianza dovrebbe avere una valenza che va oltre la Tecnica o il Metodo.
Mi riferisco ad una dei suoi aforismi:
"Lo Scautismo deve essere come il traboccare di una esperienza che non può lasciare come prima."
Ecco, questo è un passaggio delicato.
I capi giovani con cui sono venuto in contatto in questi anni sono molto in gamba.
Molto più di me alla loro età.
Ma limitatamente all'interno del loro Servizio in Unità.
E' nella scelta Politica, intesa come sentirsi parte di una Associazione Nazionale che persegue certi valori, il punto debole.
Servirebbe un piccolo saggio dedicato per illustrare la complessità di cause ed effatti: Le unità in mano a Capi al meglio col CFM, i Capi Formati che sono decimati dalla Congiuntura, la difficoltà a cambiare modello di formazione, il relativismo politico, la crisi della Democrazia e della Partecipazione.
Si è sempre più bravi capi durante le ore di Attività, sempre meno Scout nel resto del tempo.
La dimensione associativa e la responsabilità pubblica sembrano svanite nel nulla.
Stampa Associativa, manualistica, questi sconosciuti...
Ma sto generalizzando, una cosa senz'altro stupida. 
E, in ogni caso, non è certo per trascuratezza, cattiva volontà, o ignoranza che la dimensione Politica dello Scautismo perde terreno.
Ecco, leggere "Sono Don Nunzio: Vita e pensiero di don Annunzio Gandolfi, il prete con i baffi" è un buon manuale per giovani capi, quando si deve andare oltre quello che "il libro non addita".