23 maggio 2026

Più scout dell'Odio - Seconda Parte

 




Era una tiepida sera di fine settembre e una parte di noi decise di passare dal pub di fronte alla chiesa per una birra.

Ce la meritavamo tutta.

L’atmosfera era rilassata e serena.

Una quindicina di persone che occupavano una tavolata come tante, ma al cui servizio la cameriera trovò un’insolita educazione e collaborazione.

Le voci narravano aneddoti spassosi degli ultimi campi, parlavano di lavoro, famiglia, fidanzati stronzi e cuori spezzati, auto ammaccate e gatti ammalati.

Io mi accomodai con il mio ex aiuto Capo Clan, un giovanotto  dal QI spaziale ma dalla pigrizia proporzionalmente superiore. Aveva rifiutato una vantaggiosissima di lavoro perché non era previsto smart working e io feci un po’ di fatica ad accettare il suo punto di vista  considerando il raddoppio del reddito a cui aveva rinunciato.

Roba da matti! 

O solo da giovani idealisti che sanno esattamente cosa vogliono e cosa è necessario per lasciare il (loro) mondo un po’ meglio di come l’hanno trovato?

Eravamo entusiasti per il nuovo anno scout ed io lo ero anche più della media perché avevo potuto toccare con mano, nel servizio di Giorgia, il frutto del mio servizio passato.

Insomma, cosa poteva mai andar storto?

Nulla.

Mi scolai due medie, tanto non dovevo mica guidare per tornare a casa.

Fuori dal pub l’aria aveva il sapore fresco del futuro.

E tornai a casa eccitato come la sera prima dei passaggi quando ero Esploratore, chiedendomi: “Come sarà?” Esattamente come trentacinque anni prima.

Facemmo la prima riunione il sabato successivo.

Rividi i miei lupetti, tutti cresciuti dopo la pausa estiva.

Una parte di loro non era più nell’infanzia. 

Erano diventati ragazze e ragazzi, pronti per spiccare il volo verso il Reparto, il core business dello scautismo.

Dopo la Messa, ala fine della riunione, si presentò anche Giovanna che rimase in disparte, fuori dal cerchio, assieme ai genitori.

Era stata davvero una bella riunione e io pregustavo il pollo al forno con le patate che mi aspettava a casa.

L’unica scocciatura dell’imminente anno scout consisteva nel fatto che mi sarebbero toccati i miei rampolli come Rover in servizio: nel mio gruppo, il Servizio nel primo anno di Clan era tradizionalmente dedicato alla branca LC e non sarebbe stato carino cambiare le cose solo per me.

Il ‘Bim Bum Crack’ finale sciolse il nostro cerchio e io mi trovai a recuperare il Totem per portarlo in tana mentre controllavo che a ogni lupetto fosse associato un genitore. 

Una mamma a caso mi chiese a bruciapelo: «Tutto bene? Restate gli stessi per l’anno prossimo?» Echecazz, come i lupetti. Scommetto che aveva fatto la stessa domanda a tutti i capi prima di noi.

«Ci sono buone speranze, ma non dipende da noi, lo scopriremo il giorno dei passaggi».

Era la mia risposta standard.

Che, del resto, corrispondeva alla verità: 5 anni prima, avevo iniziato il mio ultimo turno di servizio in Clan perché il Capo Clan designato si era spaccato il ginocchio sinistro giocando al torneo di palla scout di fine settembre e mi era toccato di sostituirlo con un preavviso di pochi giorni.

Per quell’anno ero ottimista: non ci sarebbero stati cambiamenti dell’ultimo minuto.

La donna salutò, si allontanò con il pargolo e si unì ad un capannello di genitori.

Io riportai il Totem in Tana e, al mio ritorno, il sagrato della chiesa era semivuoto.

Erano rimaste solo Giorgia e Giovanna assieme ad una lupetta del secondo anno i cui genitori erano in ritardo.

«Vai Akela, aspettiamo noi la mamma di Emma».

Non me lo feci ripetere due volte: per incentivare la mia puntualità, mia moglie aveva preso l’abitudine di servire la cena alle 20 spaccate. Considerando che la messa finiva alle 1930,  1940 al massimo e che dalla sede scout a casa mia ci volevano 5 minuti a piedi, l’unica possibile causa di ritardo era la mia ormai proverbiale tendenza a trattenermi a chiacchierare con gli altri capi dopo le riunioni.

E mi sembra pure normale: chi di voi parla con altri adulti al di fuori di contesti economici?

Quindi, me ne tornai a casa sedendomi davanti al mio pollo al forno con le patate alle 20 in punto.

Poi un bel libro sul divano con un film in sottofondo e buonanotte.

Quella domenica avevo in programma un giro a Decathlon.

Mi servivano un paio di scarpe da trekking superleggere, insomma, di quelle utilizzabili d’estate per percorsi in pianura con rischio pioggia dello zero per cento. 

Il paio precedente aveva esalato l’ultimo respiro durante le VDB.

Mi svegliai presto, come al solito.

Dopo aver fatto il caffé, staccai il cellulare dal caricabatterie e lo portai assieme alla tazzina fumante in balcone.

L’aria era fresca e il colore del cielo degradava già verso le tinte autunnali che tanto amavo.

Bevvi il primo sorso di caffé, sbloccai il cellulare con l’impronta digitale eh…

30 messaggi da Giorgia!

20 dal Capogruppo!

Ma che cavolo era successo?

Trangugiato il caffé, passai il cellulare a mia moglie che, incredula, mi disse tornando al dialetto della città d’origine: «Neh, ma cuss s’è taruccat ‘u crvidd! E mo?»

«Vado dalla ragazza, Amo’».

Anche il mio accento si era fatto vivo: mi capitava quando ero molto agitato.

Da giovane ero stato nell’esercito e conoscevo bene il concetto di furia razionale e controllata.

Decisi di prendere la bici e di lasciare l’auto in garage.

Non aveva senso arrivare a casa di Giorgia in due minuti rischiando di ammazzare qualcuno per la rabbia: meglio sfogarla sui pedali e mettercene dieci.

La casa dei genitori di Giorgia, dove, del resto, Giorgia viveva da quando era nata, era una villetta a schiera in un grazioso condominio color ocra bolognese.

Citofonai, il cancello si aprì con un click e percorsi il vialetto nel prato ancora bruciato dal sole estivo.

Mi accorsi subito che la persona più sconvolta in quel soggiorno dai colori pastello non era Giorgia, ma suo padre, che ricordavo come un genitore su cui si poteva contare per un passaggio e per la puntualità nell’aiutare i capi con la gestione burocratica delle attività. 

Quando l’avevo conosciuto Giorgia era Caposquadriglia.

A quell’età i contatti tra capi e genitori sono frequenti solo in caso di problemi. 

E Giorgia non mi aveva mai dato un problema che sia uno.

«Ciao Michele, Ciao Bruna, scusate l’irruzione!»

«No, ma figurati, grazie di essere venuto, qua siamo un po’ in crisi».

Entrai dopo essermi pulito con cura le scarpe sullo zerbino.

Giorgia mi disse subito: 

«A una pervertita come te non si affidano dei bambini. Questo mi ha detto».

Quelle parole mi gelarono e ferirono terribilmente i suoi genitori. 

Erano la prova dello stato emotivo della ragazza che era evidentemente e giustamente sconvolta e furibonda.

Seduta sul divano, con sua madre accanto, mutò rapidamente espressione solo guardandomi: la vidi passare, in un secondo, dalla disperazione alla furia.

Sperai che non ce l’avesse con me ma mi resi subito conto che, invece, poteva.

Dopotutto cosa avevo fatto io di speciale a parte ‘tollerarla?’

Era stato facile per me simulare un’apertura, una modernità, un’accoglienza che invece non provavo fino in fondo?

Mi resi conto, per un anno, di aver finto un’accoglienza che era stata sostanziale ma limitata da un concetto di fondo: io ti accolgo perché sono superiore agli omofobi, perché sono un bravo ragazzo, perché sei una scout, approssimando con tante limitazioni successive una simulazione dell’accoglienza vera a cui solo in quel momento mi sentivo chiamato.

Di fronte al volto di quella ragazza che era stata mia guida e scolta e che, grazie all’inazione di uomini come me, era coperto di lacrime, smisi di aver paura.

Non certo di lei e nemmeno di me.

Solo di andare fino in fondo

«Dimmi tu da dove vuoi cominciare».

«Che vuoi dire?»

«Alzati da quel divano, non sei tu quella che sta per avere problemi. Mi racconti i dettagli mentre ti porto da Giovanna. C’era anche lei, no?»

«E che ci facciamo da Giovanna?»

«Io niente, perché vado a parlare col prete assieme al Capogruppo. Ma tu hai bisogno di lei ora».

La madre di Giorgia mi guardò perplessa, emergendo dalla preoccupazione. Non capiva. Suo padre, invece, mi capì, da padre a padre: il nostro ruolo era di protezione, non di consolazione. E per proteggere Giorgia, dovevo costringere Giorgia ad affrontare il futuro e nel suo futuro c’era Giovanna e la difesa attiva da quelle parole ignobili e da tutto quello che significavano.

«Vai Giogiò, ha ragione lui. Quella non la deve passare liscia!»

I convenevoli finali furono sbrigati in pochi minuti.

Mentre uscivamo di casa mi venne in mente Martina, la figlia di quella sciagurata donna.

Bisognava pensare anche a lei, a quella lupetta normalissima, a quella bambina la cui madre, il giorno prima, aveva commesso un’atrocità.

Bisognava pensare soprattutto a lei.

No?

E se no?

«Prendi la bici anche tu?»

«No, preferisco guidare, casa di Giovanna non è a due passi».

Ci infilammo in una vecchia punto, mi allacciai la cintura di sicurezza ma non avevo nessuna intenzione di lasciare che Giorgia trovasse le parole scavando più di tanto.

«Cioè, è venuta da te e ti ha detto quelle cose?»

«Praticamente sì. Io non mi stavo mica baciando con Giovanna, davanti ai bambini non lo farei mai e francamente non lo facciamo mai in pubblico: è troppo pericoloso».

Io mia moglie la baciavo in pubblico e il riferimento al pericolo mi angustiò.

Perché anche io trovavo prudente, di buon senso, che due ragazze non si baciassero in pubblico.

«Però Giovanna a un certo punto mi ha presa per mano ed è così che ci ha trovate quella: la mia mano destra sul totem, con il busto inclinato per parlare meglio con Martina e la mano sinistra nella mano di Giovanna. Io, però, ero di spalle e l’ho sentita prima di vederla. La frase esatta è stata: “Ma allora è vero che stai con una donna: a una pervertita come te non si affidano dei bambini!” e me l’ha detto come sputando. Ha preso la Martina per una mano che non credo abbia capito niente e l’ha strattonata via».

Giorgia rimase in silenzio per un paio di minuti, probabilmente ricacciando indietro le lacrime.

La pianura scorreva monotona, completamente urbanizzata.

«Io sono rimasta a bocca aperta, ma la faccia di Giovanna era una maschera di furia. Che potevamo fare? Ci siamo abbracciate lì sul sagrato e in mezzo a noi è rimasto il Totem. Il danno e la beffa. Poi, beh, quando ci siamo guardate attorno non c’era praticamente nessuno e quei pochi ci hanno ignorate. Siamo tornate a casa di Giovanna, non volevo andare a casa mia così sconvolta. Lei… Lei è più esperta di me, diciamo così. Di cose del genere le sono già successe ed era arrabbiata per come mi sentivo io, non per quello che ha detto quella stronza. Mi ha quasi convinta a non scrivere a te e ai capigruppo e poi… Poi mi ha riaccompagnata a casa, ho passato una notte di merda».

Io ascoltavo, anche perché avevo solo un’idea vaga di come agire.

Cioè, me lo sentivo dentro che avrei dovuto parlare con il Capogruppo, col Don e chiedere che si convocasse una riunione di Co.Ca. urgente, lo sentivo dentro che sarei andato fino in fondo.

Mandai un WA al Capogruppo chiedendogli se era d’accordo ad andare a parlare con il Don subito dopo la Messa delle 11:30.

«Allora, adesso vorrei un po’ parlare con te e Giovanna perché voglio capire quali sono le vostre intenzioni. Le mie, a scanso di equivoci, sono di sostenervi in tutto e per tutto».

Inaspettatamente, Giovanna fu uno scoglio mica da poco.

Quando mi vide arrivare storse la bocca.

Diede un bel bacio a Giorgia, temo con l’esplicita intenzione di mettermi in imbarazzo.

Ma la potevo capire.

Io ero sicuramente parte del problema, dal suo punto di vista.

Dimostrarle il contrario non sarebbe stato facile, anche perché ero ormai certo che quel suo convincimento avesse un limaccioso fondo di verità.

Non sono un gran che ma quello che inizio lo finisco.

«Ehm, io vorrei chiedervi se avete pensato a come affrontare la situazione, perché …»

Anche se non troppo sgarbatamente, Giovanna mi interruppe subito:

«Non c’è nessuna situazione da affrontare, questa è solo la nostra normalità. Mi dispiace che la cosa abbia sconvolto anche te, ma scusami se do un po’ di priorità a Giorgia che magari si credeva di essere al sicuro davanti alla sua chiesa».

Prendi e porta a casa.

Non mi scoraggiai.

«Ma le cose sono cambiate, anche a livello ufficiale, guardate che ora è stato messo nero su bianco dal Consiglio Generale!»

«Ma quella ci si pulisce il culo con le carte  del Consiglio Generale».

Beh, questo era un po’ troppo, no? 

Mi piantai le unghie nei palmi delle mani e mi sforzai di non far trapelare la mia crescente irritazione.

Anche perché, dentro di me, sentivo che la mia irritazione era solo il riflesso illegittimo dell’amarezza legittima che grondava dalle parole di Giovanna.

Provai a cambiare direzione: «Giorgia è la Capo di Martina, per quanto parte offesa assieme a te ha ancora delle responsabilità verso la bambina e qualunque cosa voi decidiate per ribattere a quella stronza della madre  il bene della bambina va almeno considerato».

«Ma figurati. Nessuno ti ha chiesto di farti carico del problema, io di sicuro non mi farò carico di un’estranea per quanto minorenne: nella vita le sfighe capitano: una madre stronza non è poi così grave: per quelle come noi quasi tutto il mondo è fatto di stronzi, vedi te».

Io, però, non stavo cercando di minimizzare, di dare la colpa agli altri, di schivare le mie responsabilità. Che cosa volevo da quelle due ragazze? Una assoluzione? Potevo imporre a Giorgia di reagire da brava Lupetta, Guida, Scolta?

Non lo maturai certo lì, ma una parte di me iniziò a rendersi conto che non erano loro a dover pensare a come affrontare la situazione.

E neppure io.

Eravamo noi, noi tutti, o, in questo caso, noi capi del nostro gruppo scout.

Nel frattempo, Giorgia era rimasta in silenzio, un silenzio che non riuscivo a decifrare: era in disaccordo con Giovanna ma non voleva contraddirla? Concordava con lei ma non voleva offendere me?

«Va bene Amo’, me l’avevi detto e avevi ragione. Hai sempre avuto ragione, però non te la prendere proprio con lui».

Giovanna fece spallucce, ma mi sorrise: «E’ vero, sono stata un’acidona. Lo vuoi un caffé?»

Mezz’ora più tardi eravamo di nuovo in auto.

«Ti scoccia se ti riporto a casa mia? Non credo di aver voglia di andare a parlare con il Don ora». Non vi dico che voglia ne avevo io…

Inforcai la bici e arrivai in canonica proprio mentre il nostro AE ne stava uscendo dopo la Messa delle 11:30.

Appena mi vide fece un gran sospiro.

Non era di certo un Don Abbondio ma neppure un Don Peppino Diana.

Allargò le braccia e mi disse: «Lo so perché sei venuto e come al solito avete tutti ragione e sicuramente io ho torto»

Incominciamo bene …

«Io preferirei evitare questo piano della discussione, aspettiamo il boss» Mi riferivo al capo gruppo «E ragioniamo su come evitare che questa cosa ci sfugga di mano e dare un po’ di consolazione a Giorgia».

Un po’ di consolazione … 

Ma che cavolo stavo dicendo? 

Il fatto di stare a parlare con il prete mi inibiva così tanto? 

Arrivò il capo gruppo, scuro in volto.

«Buongiorno Don, ciao, scusate il ritardo ma sono reduce da una telefonata molto antipatica con la Sofia»

Sofia è la Capo Gruppo.

Sulla carta.

E’ l’unica ragazza del nostro gruppo scout ad avere la nomina a Capo e si è accollata la rogna, nemmeno malvolentieri.

Il problema è che vive a Londra da un anno.

Però così le carte sono a posto e poi lei, da remoto, è bravissima coi censimenti, a star dietro alla formazione dei capi e a pensare attività per le riunioni di Co.Ca.

Purtroppo per lei, tornerà in Italia all’inizio dell’anno nuovo e le toccherà assumere il ruolo in maniera completa e non solo parzialmente formale.

Ma la parola Antipatia e Sofia non stanno bene nella stessa frase.

«Non ti preoccupare del ritardo, magari poi ci dici se vuoi ma la questione di Giorgia la dobbiamo valutare subito, perché dobbiamo rispondere a quella cretina!»

«Ma è proprio per Giorgia che Sofia mi ha chiamata!»

Oddio come corrono le voci: non come la luce ma di sicuro più di un treno visto che sono arrivate a Londra in meno di un giorno…

«Non è solo quella cretina a rompere le palle: ieri sera Sofia ha ricevuto una telefonata dalla mamma di  Martina, a proposito: come si chiama?»

«Anna».

Il nome mi venne fuori con un tono di voce flebile, tipo ultimo respiro.

Una parte di me si preparò, istintivamente, al peggio.

«Beh, il contenuto della telefonata te lo puoi immaginare, la risposta di Sofi pure, ma il cazzo è che lei e altre quattro famiglie ci hanno mandato una PEC, che legge Sofi, scrivendoci che, se non cacciamo Giorgia, ritirano i bambini dal gruppo».

Mi si gelò il sangue: un ricatto bello e buono sulla pelle di miei lupetti innocenti.


Fine Seconda Parte

17 maggio 2026

Più scout dell'odio - prima parte



Vabbè, io lo so che non sono la reincarnazione di B.P.
Sono più le cose che salto che quelle che faccio, ma quelle che faccio mi sforzo di farle al meglio.
Che non è un gran che, eh, però, tutto sommato, il mio contributo lo do.
Non sarò il cardine del gruppo ma alle riunioni, alle uscite e ai campi ci vado.
Porto il mio mattone, magari messo pure male, ma lo porto e fino ad ora gli staff di cui ho fatto parte non sono mai crollati.
Quello che inizio lo finisco.
Mia moglie sbuffa il giusto quando mi vede uscire per l’ennesima riunione, ma, tutto sommato, è contenta di non vedermi ciondolare davanti alla tv nel fine settimana.
Si limita a gridarmi dietro: «Nell’Azione Cattolica certe cose non succedono!»
In fondo, questa è solo una storia di cose che ti succedono e tu devi decidere se partecipare o no alle loro conseguenza.
A volte, poi, le cose ti danno pure tutto il tempo di riflettere prima di agire.
Ma, tanto, tu lo sprechi e …
Ma andiamo con ordine.
Questa storia inizia in quelli che pensavo sarebbero stati gli ultimi minuti della riunione di Co.Ca. in cui avevamo ballato gli ultimi giri di valzer delle disponibilità per la definizione degli staff di quell’anno scout.
Per una volta, non era stato difficile.
Avevamo, miracolosamente, abbastanza capi per lupetti, reparto e clan.
Ci eravamo presi il lusso di ragionare per bene sulla miglior disposizione dei vari capi disponibili e avevamo appena finito di tirare le fila.
Il capogruppo, un giovanotto della nuova scuola efficace, efficiente e con il preziosissimo talento di farsi capire dai preti, passò alle: « … Varie ed Eventuali! Così ce ne andiamo a casa prima di mezzanotte! Chi aveva bisogno oltre al reparto?»
E si guardò attorno.
Nessuno disse nulla.
Claudio, ci ricordò di votare sul sondaggio Whatsapp per la faccenda delle magliette che avremmo stampato per l’imminente quarantesimo compleanno del nostro gruppo.
Era il Capo Reparto a cui avrei dato il cambio di lì a qualche settimana perché i miei figli salivano in Clan dal Reparto e io non potevo continuare a stare in branca R/S.
Lasciavo a malincuore il Clan, ma, tutto sommato, non mi dispiaceva tornare in Reparto.
Tutto, ma non i lupetti.
I bambini moderni, ne so qualcosa avendo avuto a che fare con due figli maschi gemelli, sono particolarmente incompatibili con il mio concetto di pazienza. 
O, forse, i miei figli l’avevano consumata tutta. 
Non so, ma io dai lupetti non ci volevo proprio andare.
E lo sapevano tutti.
Del resto, la grana di Capo Reparto, ben pochi degli stessi tutti erano disposti a sobbarcarsela.
Quindi, eravamo tutti contenti.
Mi ero alzato in piedi nel brusio generale colmo di allegria e soddisfazione ed ero pronto a farmi il segno della croce ostentando il braccio destro sollevato fino all’altezza della fronte e la mano lievemente piegata, pronta ad iniziare il gesto sacro che ci avrebbe mandati a casa, quando Giorgia, la mia futura diarca in Reparto, iniziò a parlare ancora da seduta.
Giorgia era stata, a suo tempo, sia mia Guida che mia Scolta nel suo ultimo anno di Clan e le avevo dato la Partenza tre anni prima. 
Una ragazza gentile, devota, sicura di sé ma pacata nelle discussioni, puntuale nel servizio ma con qualche inspiegabile problema di rendimento scolastico ed universitario. Niente di drammatico, eh, solo che ‘sti esami falliti così di frequente non corrispondevano al quadro di questa ragazza acqua e sapone senza grilli per la testa.
Insomma, ero contento di far Servizio in Reparto con lei e contavo di invitarla a cena per iniziare a programmare le cose.
Il braccio mi scivolò di nuovo lungo i fianchi perché vidi, prima di ascoltare, che c’era qualcosa che non andava.
Giorgia stava guardando nel vuoto davanti a sé mentre parlava.
«Ecco, vi volevo dire una cosa importante».
Mi accorsi che non la stavamo ascoltando.
Il brusio allegro era ancora troppo forte.
Ed ebbi la certezza, guardando il viso di Giorgia, che si trattasse di una bella rogna.
Iniziai ad alzare il dito per chiedere il silenzio, ma Giorgia se lo prese da sola:
«Scusate, per favore!»
Le ultime due parole furono pronunciate a voce un po’ più alta, un bel po’ più alta, trattandosi di Giorgia.
Si fece silenzio.
Giorgia si alzò in piedi.
«Io… Io vi volevo dire… Insomma, lo dico e basta: mi sono fidanzata con una ragazza!»
Facemmo l’una del mattino.
No, non litigammo.
No, nemmeno giudicammo.
Beh, forse qualcuno sì.
Daccordo, ho giudicato pure io, ma ho anche assolto subito eh!
Non abbiamo considerato nemmeno da lontano la possibilità che Giorgia lasciasse il Servizio.
E nemmeno il Don si mise di traverso, anzi, fu il primo a mettere in chiaro che …
A pensarci ora, cosa c’era da mettere in chiaro?
Giorgia ci aveva confidato qualcosa di privato, di intimo, ma quanto rilevante per un Capo Scout?
Molto poco: quante volte il fatto di essere sposato con Margherita era stato rilevante di fronte ai ragazzi nel mio Servizio? 
Mai?
Mai.
E perché ce l’aveva rivelato?
Nessuno le aveva chiesto nulla, come nessuno l’aveva chiesto a me.
Fu l’aiuto capo reparto uscente a piantare la grana.
Non sulla permanenza di Giorgia negli scout e nemmeno sul suo ruolo di Capo in genere.
Piuttosto, sul suo ruolo in particolare.
«… L’età delle guide non è critica, secondo me è meglio non esporre ragazze di dodici, quindici anni a problematiche di questo tipo…»
Problematiche? 
Beh, io capivo tutto, ma perché usare quella parola?
Giorgia era stata aiuto capo reparto un anno, Capo reparto per due e ora era diventata improvvisamente capace di esporre le sue Guide a ‘problematiche’?
Nel frattempo, però, non dovete pensare che ci fosse in corso una specie di processo inquisitorio notturno.
Le coetanee (e i coetanei) di Giorgia erano andati in massa a far muro anche fisico attorno a lei, abbracciandola, sedendosi al suo fianco. Probabilmente si trattava di una specie di segreto di Pulcinella di cui solo i più lontani o anziani (nel mio caso anziano e lontano) non erano a conoscenza. Del resto, sapevo io che cosa faceva il sabato sera il più giovane dei miei aiuto capo? Ufficialmente non fidanzato ma sempre a scambiar foto e vocali con il gentil sesso in generale?
Verso l’una del mattino arrivammo ad una nuova quadra: io e Giorgia saremmo andati nel Branco invece che nel Reparto e non mi parve opportuno obiettare nulla visto che non ero riuscito ad esprimere nulla di positivo in quelle due ore così drammatiche.
Appena la riunione fu formalmente sciolta mi precipitai da Giorgia: «Allora devo andare a comprare il manuale della branca LC o me lo presti tu?»
Speravo, disperatamente, che nemmeno un milligrammo di sconcerto fosse visibile sul mio volto o nel mio tono di voce.
Giorgia, però, era troppo provata dallo sforzo ed era visibilmente affranta.
Aveva avuto le sue ragioni per sottoporsi a quell’auto da fé ma io non le comprendevo.
Mi sorrise e disse solo: «Mi dispiace …»
E per fortuna ebbi la presenza di spirito di bloccarla all’istante: «Di costringermi ad avere di nuovo a che fare con bambini maschi? Ti perdono!» Conclusi ridendo.
Dopodiché, però, salutai con la battuta: «Preferisci fare Akela o Bagheera?» voltai i tacchi e me ne andai.
Il giorno dopo fu mia moglie a storcere il naso dando pienamente ragione all’aiuto Capo Reparto uscente. 
E io?
Non dissi nulla.
Ma non fece obiezioni a confermare l’invito a cena organizzativo previsto per la settimana successiva. Ci venne il dubbio se invitare o meno la fidanzata di Giorgia ma decidemmo per un normale e banale whatsapp di conferma di giorno ed ora senza specificare altro.
Quella sera Giorgia si presentò da sola, i miei due rampolli diedero spettacolo spazzando via il cibo dai piatti secondo le modalità tipiche delle più becere squadriglie maschili, diedero le condoglianze a Giorgia per aver vinto me come diarca e tentarono di trascinarla in una complessa discussione - pettegolezzo sugli affari di cuore dell’Alta Squadriglia.
Era stata la loro capo per tre dei quattro anni che avevano passato in Reparto e l’adoravano, probabilmente non del tutto ricambiati, dato che i miei rampolli non erano proprio venuti su secondo il manuale della Branca EG.
La riunioncina tra di noi durò un’oretta abbondante e fu estremamente produttiva.
Il suo coming out non entrò mai in quella stanza e non ci entrò la giornata dei passaggi e nemmeno per tutto il successivo anno scout.
Quell’anno da Akela volò: lo sapete come passa il tempo quando ci si diverte, no?
Dopo la caccia atmosfera di fine aprile mi arrischiai ad invitare a cena Giorgia e la sua ragazza di cui non mi ero mai azzardato a chiedere neppure il nome.
Ovviamente me l’aveva detto Giorgia al primo: «Scappo, Giovanna mi aspetta!»
Era una bella serata di maggio.
Io ero curioso di conoscere Giorgia, mia moglie era sicuramente imbarazzata, i miei figli, reduci da un Challenge decoroso, del tutto indifferenti salvo che al menu.
Quando suonarono al campanello, confesso che andai ad aprire con il batticuore.
Ma non perché temevo che stesse per entrare un mostro in casa.
Temevo che il mostro, in casa, ci fosse già: io.
Come si fa a far capire a qualcuno che non ti stai sforzando di fare il bravo?
Che non stai ‘sopportando’?
Che non stai fingendo?
Ehi, è tutto ok: se hai dei problemi io non sono tra questi e potrei anche aiutarti a risolverne un po’?
Come si fa, eh?
Giovanna, una ragazza piuttosto appariscente e simpatica, fu di compagnia.
La serata fu divertente e anche i miei figli si comportarono bene riferendo a Giovanna una gran quantità di aneddoti divertenti e spesso autodenigranti sui loro 3 anni di Reparto con Giorgia.
Subito dopo cena, quando i pargoli uscirono per vedersi con amici & rispettive fidanzate, ci mettemmo a sparecchiare e la conversazione si spostò dallo scautismo ai problemi della quotidianità: il lavoro, il dentista, le rate e pure la laurea.
A pensarci bene, non fu una sorpresa scoprire che, da quando Giorgia si era fidanzata con Giovanna, aveva iniziato a superare esami a un ritmo forsennato e che si sarebbe laureata entro la fine dell’anno.
A un certo punto, mentre mia moglie faceva vedere a Giovanna le tende del soggiorno, Giorgia si avvicinò e, non proprio sotto voce ma nemmeno con tono normale mi chiese: «Secondo te possiamo venire insieme alla festa di gruppo?»
«E perché no?» Risposi senza pensarci due volte.
Giorgia mi sorrise e mi posò per mezzo secondo la mano sul braccio: una roba inaudita data la differenza d’età.
La festa di gruppo, fondamentalmente una mattinata di aperitivo pre Messa, Messa e pranzo comunitario moderatamente alcolico, coincide con l’ultima riunione dell’anno ed è un bel momento per tutti: capi e ragazzi.
E’ una festa in cui ho sempre provato una specie di leggero sollievo.
E così fu anche quell’anno.
Lupetti, Esploratori, genitori, Rover, Scolte, Capi, nonni sciamavano ridendo ovunque e io mi permisi di tirare il fiato.
A pranzo ci sedemmo ai tavoli organizzandoci di staff & famiglie e Giovanna passò, come era ovvio, inosservata ai più.
Alle VDB venne a farci da cambusiera assieme a mia moglie e devo ammettere che il relativo confort delle Vacanze di Branco fu un toccasana per le mie vecchie membra.
E la bellezza di quei giorni lo fu per il nostro spirito.
L’estate tramontò in un settembre affollato di impegni, inclusi quelli scout, ovviamente.
Bisognava pensare ai nuovi staff e programmare l’inizio dell’anno scout.
Quell’anno saremmo andati in lieve deficit: due capi avrebbero smesso di fare Servizio, mentre uno sarebbe entrato in Comunità Capi dal Clan.
Niente di catastrofico, si intende: saremmo sopravvissuti, ma di sicuro non avremmo avuto il rinforzo su cui avevamo fantasticato soprattutto durante il campo estivo.
Ovviamente, quando si inizia a danzare il Valzer delle disponibilità sai con chi inizi ma non sai con chi ti siedi. 
Ma era improbabile che quell’anno io e Giorgia avremmo cambiato staff e, infatti, nessuno lo propose.
Alla fine della prima, ed unica, riunione dedicata alla composizione degli staff, chiudemmo la pratica con un capo in meno in branca R/S, rinforzando la branca E/G con la new entry e confermando tutto il resto. 
E passa la paura!


Fine Prima Parte


9 maggio 2026

L’ultima preda

 






Akela è la prima persona che conosco che è morta.

Si dice conoscevo, ma questo l’ho capito dopo.

Ho ancora tutti e quattro i nonni, il mio cane, anche se anziano, è ancora vivo e vegeto e fino a ieri la morte era una cosa vista nei film e nelle serie tv, anche se papà si arrabbia sempre con mamma perché mi lascia guardare roba brutta.

Che strano, ieri ho pianto tanto tanto, ma oggi no.

Oggi mi sento tanto triste, le lacrime mi vengono ma non escono.

La mamma vuol portarmi a casa di Alice, lì ci sarà anche tutto il cda.

I grandi hanno deciso che è meglio se stiamo un po’ tutti assieme e parliamo di quello che è successo.

Ma io lo so bene che cosa è successo.

Akela, che al suo funerale ho scoperto che si chiama Angela, è morta.

Cioè, si chiamava.

No, aspetta.

Si chiama Angela.

Anzi, si chiama sia Angela che Akela, per me.

Beh, insomma, Angela, dopo le VDB è stata investita mentre andava in bicicletta con il suo fidanzato.

Che strano, io pensavo che fosse fidanzata con Bagheera e invece no.

Il fidanzato non è nemmeno scout.

Non c’era al funerale perché è stato investito pure lui ed è in ospedale e sta molto male.

Forse, se Akela si fosse fidanzata con Bagheera non sarebbe morta perché Bagheera non ha la bicicletta.

Che poi Akela è stata bravissima a nasconderci il suo nome per tutti questi anni, mentre che Bagheera si chiama Giorgio l’abbiamo scoperto subito.

Al funerale non eravamo tutti perché alcuni erano in vacanza.

Invece, io le vacanze le avevo fatte a luglio, prima del campo scout.

Ho litigato con papà per questo, perché volevo preparare bene il costume per le VDB e avevo paura di non fare in tempo, ma poi lui mi ha aiutato e il costume da pirata è venuto benissimo, tanto che papà mi ha fatto una foto e ora sta appesa sul frigo.

Pensare alle VDB all’inizio mi fa bene perché mi sono divertita tantissimo, sono stati giorni fantastici in cui mi sono resa conto di essere cresciuta e Akela era ancora viva.

Ma poi subito mi viene in mente che Akela ora non c’è più.

Ieri ci sono stati i funerali, ve l’ho già detto.

All’inizio i nostri genitori non volevano che partecipassimo, o almeno i miei non volevano.

Non so che cosa li abbia convinti a cambiare idea, forse una delle tantissime telefonate che sono arrivate in quei giorni, però di sicuro qualcuno li ha convinti.

A dirla tutta, io il fatto l’ho saputo più tardi degli altri lupi perché i miei non mi volevano dire proprio niente. Forse si immaginavano di dirmi una bugia, tipo che Akela era partita per andare a lavorare al Nord, che poi è una cosa che è già successa per davvero alla fine del mio primo anno, quando il vecchio Akela è andato a lavorare a Bologna e Kaa è diventata la nuova Akela.

Quella che è morta.

Insomma, dopo cena, mentre io guardavo di nascosto Mercoledì in soggiorno, sentivo arrivare dalla cucina parole come ‘superare il trauma’, ‘elaborare il lutto’ e ‘lo verrà a sapere comunque’.

E il giorno dopo me l’hanno detto.

Ho gridato quando me l’hanno detto.

Non è che mi ricordo moltissimo di quel momento, solo l’abbraccio della mamma.

Insomma, al funerale alla fine non eravamo tutti ma quasi.

Bagheera ci ha radunati fuori dalla chiesa, con tanta difficoltà perché ben pochi di noi volevamo lasciare la mamma.

Era tutto molto brutto perché era tutto un piangere e gridare e io mi sono molto spaventata: avevo proprio paura!

Quando la messa è cominciata c’è stato un attimo di tregua.

La chiesa era piena zeppa ma per noi lupetti era stato fatto spazio, purtroppo davanti, sul lato sinistro. Dietro di noi, il reparto, mentre il clan era nel coro.

Eravamo troppo vicini ai genitori di Akela e avrei voluto essere da qualsiasi altra parte nel mondo invece che lì.

Abbiamo pianto per tutto il tempo.

E anche Baloo, che dall’altare ha detto tante cose, a un certo punto si è messo a piangere pure lui e si è dovuto fermare, però poi si è scusato e non ho capito perché e ha ripreso.

Aveva ragione a piangere, no?

Ma forse anche a scusarsi perché mi ha spaventato ‘sto fatto: fino a due minuti prima ci stava ricordando che ora Akela è in cielo e che ci rivedremo tutti in paradiso e poi si è messo a piangere. Ma non è che non è vero? Cioè, se ci crede perché si è messo a piangere? Io sì che posso piangere perché sono piccola e non lo capisco bene ‘sto fatto della morte, della resurrezione come non ho capito niente quando ho fatto la Cresima.

Per un attimo ho avuto paura che non fosse vero che Akela è in cielo, che Akela è morta e che non la rivedrò mai più, che, come ho sentito dire alla mamma sottovoce a papà: «speriamo che la dimentichi presto».

Comunque, questa mattina non passa mai.

Ho sempre davanti Akela che si chinava su di me per parlarmi.

Io non sono molto alta, sapete, sono la più bassa del cda.

E lei mi guardava sempre negli occhi.

E ora non c’è più.

Quando la messa è finita e la bara bianca è stata portata via noi lupi siamo rimasti soli per un solo minuto, perché Bagheera si è avvicinato al carro funebre, allora noi ci siamo presi per mano e anche se era estate piena mi sentivo le mani degli altri fredde come le mie.

Quando il carro funebre è andato via ho guardato in alto e ho visto un cielo perfetto e sono sicura che Akela ci guardava e l’ho vista sorridere e di botto ho smesso di piangere.

Forse allora è vero che Akela è in Cielo, l’ho sentita dentro com’è vero che sono viva.

Ma solo per un attimo, perché non potevo guardare in alto per sempre.

Oggi non piango.

La mamma mi ha lasciata dormire, mi ha fatto trovare pane e nutella per colazione e d’estate non la compriamo mai e mi dispiace che sia stata questa l’occasione speciale per mangiarla prima dell’autunno.

E ora già da un po’ mi ripete di prepararmi, di muovermi, che siamo in ritardo.

Ma in ritardo per cosa?

Stiamo andando a giocare a casa di Alice, pure se arrivo dieci minuti dopo che cambia?

Nell’armadio l’uniforme scout non c’è.

La mamma l’ha messa in lavatrice con tutto il fazzolettone, il mio fazzolettone giallo e azzurro che l’altro Akela mi ha messo al collo il giorno della Promessa.

Domani sarà di nuovo qua nell’armadio, con i pantaloncini blu, la camicia azzurra, i distintivi delle specialità.

Sarà tutto pulito e profumato.

Come nuovo.

Le lacrime che sono cadute sul fazzolettone e sulla camicia saranno lavate via.

Usciamo di casa, per fortuna Alice abita a due passi.

Prendo la mano di mamma.

Me ne accorgo, perché ormai sono grande e non le prendo più la mano quando camminiamo per strada.

E come mi accorgo di quella mano, mi accorgo di aver capito:

morirà anche la mamma.

E morirò anche io.

Io, prima, non lo sapevo davvero che si muore.

Anche questo me l’ha insegnato Akela.

E spero di rivederla un giorno, così le dico grazie, per avermelo insegnato, grazie per avermi fatto cacciare l’ultima preda del mio sentiero di Lupetta con lei.




3 maggio 2026

Caccia Atmosfera 2026 Fontanelice: scautismo senza se e senza ma


 La Caccia Atmosfera è una tappa importante dell'anno scout e mi ispira sempre varie riflessioni sullo scautismo e sulla società italiana.

Anche questa volta le idee non mancano, ma ho deciso che non ho voglia di inquinare la semplice gioia di questi due giorni.

Mi preoccuperò domani.

Oggi è il giorno della consapevolezza: questo grande gioco funziona.















Abbiamo giocato, cantato, pregato, scoperto i segreti delle formiche, imparato i primi accordi della chitarra, abbiamo disegnato, difeso la collina, imparato a far pace e poi l'abbiamo fatta, la pace.  Il tutto seguendo San Francesco e Santa Chiara ...


25 marzo 2026

Backstage di un'emozione: dietro le quinte della Compagnia Teatrale CaRpiScout




 

Emozione.

Ecco che cosa ho provato leggendo il libro di Saverio Catellani dedicato alla Storia della Compagnia Teatrale CaRpiscout, attiva dal 1990 al 2025 (più code ...)

Mi sono imbattuto in questo straordinario esperimento di Scoutismo al di fuori delle sedi scout quando ho ascoltato, per la prima volta, il Valzer delle Disponibilità (in cui mi sono immediatamente riconosciuto:  sono 'il quarto di tre').

Ho recuperato su youtube i loro spettacoli e vedere il CaRpiScout in azione mi ha sempre lasciato la stessa sensazione che provo alla fine di un'attività scout ben fatta.

E poi il Valzer delle Disponibilità è diventato una specie di feticcio! Me lo guardo sia prima della fatidica riunione di Co.Ca. di fine anno in cui si danno le disponibilità di massima per l'anno venturo che, in loop, per tutto quel tempo di settembre in cui il Valzer si balla sul serio.

Il libro non è solo una raccolta di fotografie divertenti, ma è un pezzo di storia nostra, del nostro scautismo così operoso e di ampio respiro.

La lettura è stata avvincente, gli aneddoti sono diventati vivi davanti ai miei occhi mentre li leggevo e la cosa che più mi ha lasciato contento è proprio la descrizione di una passione che non è solo qualcosa di personale, ma è, esattamente come il Servizio, finalizzato  al progresso della Comunità (quella che intende progredire, si intende).

Insomma, non è proprio il classico catalogo autocelebrativo.

Del resto, l'impresa successiva in cui quel gruppo di scout si è cimentato è il Concorso letterario Racconti intorno al Fuoco (da cui, come vincitore dell'edizione 2025, sono amichevolmente bandito anche perché non si fa concorrenza a se stessi).

Però, un piccolo suggerimento a Saverio vorrei darlo, magari per una prossima commedia:

in Paradiso, lo Scautismo è inutile 😏.



23 marzo 2026

Mammamia Aiuto! CANT Z.501 Gabbiano e CANT Z.506 Airone: il fascino degli idrovolanti

Cant Z 501 Gabbiano

Cant Z 506 Airone






















Beh, è da quasi un anno che non scrivo di modellismo.

Da un lato casa nuova è più impegnativa, dall'altro preferisco scrivere quando ho qualche sprazzo di lucidità.

Per recuperare presento ben due aerei contemporaneamente: 

il CANT Z.501 Gabbiano  e il CANT Z.506 Airone.

Gli idrovolanti mi hanno sempre affascinato.

Andar per mare, andar per aria...

Forse è anche a causa di un vecchio film di Disney: l'ultimo viaggio dell'arca di noè, in cui un malmesso B-29 residuato bellico da aereo viene trasformato in battello a vela.

Aerei dalle molteplici virtù: alcuni, come il Catalina, sono in grado di camminare, nuotare e, ovviamente, volare: possono decollare sia da piste che dall'acqua e, ovviamente, volano pure!

Insomma, ho un debole per gli idrovolanti: la giusta evoluzione dell'espressione latina terra marique!

Ora sono per lo più relegati alla ricerca e soccorso e al fondamentale ruolo antincendio.

Ma non è una tipologia morta, tutt'altro. 

Sono piuttosto diffusi per i collegamenti in arcipelaghi (tipo le Maldive) o aree con forte densità di laghi.

Inoltre, con il futuro innalzamento dei mari, potrebbero tornare di moda.

L'Italia ha avuto un glorioso passato aeronautico e gli idrovolanti l'hanno fatta da padrona per tutti gli anni '20 e parte degli anni '30: le trasvolate oceaniche, 3 vittorie nella Coppa Schneider, record su record che hanno lasciato il segno (al di fuori dell'Italia, ovviamente).

Ricordo a tutti i due capolavori di Miyazaki: Porco Rosso e Quando soffia il vento in cui idrovolanti (di modelli inventati) italiani sono coprotagonisti.

Ma veniamo a noi.

Il Gabbiano era soprannominato, dai suoi equipaggi, mammajut: sia per la sua vulnerabilità ai caccia avversari sia perché, in caso di incidente (o ammaraggio duro), il castello del motore poteva staccarsi e l'elica in moto finire spiacevolmente sui piloti.

Fu usato come aereo da ricognizione e, soprattutto, soccorso in mare.

Nota di colore: i nostri amici inglesi, quelli delle forze del bene, per intenderci, mitragliavano spesso e volentieri i piloti italiani che si buttavano col paracadute e sparavano allegramente sulle insegne della croce rossa dei velivoli di soccorso.

Il più moderno Airone, invece, si rivelò così riuscito da rimanere in servizio fino alla fine degli anni '50 nei ruoli di bombardiere ricognitore prima e ricerca e soccorso poi.

L'Airone è anche l'aereo su cui ha combattuto uno dei pochi assi (ossia chi abbatte almeno 5 aerei nemici) NON piloti della Regia Aeronautica. Pietro Bonannini, infatti, era un 'mitragliere' e diede filo da torcere ai caccia alleati.

I due modelli, di marca Italeri, sono stati divertenti da montare e, nonostante casa nuova sia ben più grande della vecchia, nonostante ognuno dei suoi abitanti abbia i suoi spazi codificati, nonostante al modellismo sia dedicato un tavolo di fianco alla scrivania dello scrivente, pare che tale tavolo con su attrezzi, colori e modellino in costruzione sembra che abbia su  un gigantesco cartello stradale con su scritto "Butta qua sopra quello che ti pare".
E così i due modellini hanno dovuto subire, prima di arrivare alla relativa sicurezza della cime della libreria, attacchi cinetici che manco un bombardiere alleato circondato dalla Luftwaffe ...

Comunque, se mi capiterà sottomano, sarà un piacere assemblare un kit di idrovolante antincendio: mi stanno molto simpatici, quegli aerei.