17 maggio 2026

Più scout dell'odio - prima parte



Vabbè, io lo so che non sono la reincarnazione di B.P.
Sono più le cose che salto che quelle che faccio, ma quelle che faccio mi sforzo di farle al meglio.
Che non è un gran che, eh, però, tutto sommato, il mio contributo lo do.
Non sarò il cardine del gruppo ma alle riunioni, alle uscite e ai campi ci vado.
Porto il mio mattone, magari messo pure male, ma lo porto e fino ad ora gli staff di cui ho fatto parte non sono mai crollati.
Quello che inizio lo finisco.
Mia moglie sbuffa il giusto quando mi vede uscire per l’ennesima riunione, ma, tutto sommato, è contenta di non vedermi ciondolare davanti alla tv nel fine settimana.
Si limita a gridarmi dietro: «Nell’Azione Cattolica certe cose non succedono!»
In fondo, questa è solo una storia di cose che ti succedono e tu devi decidere se partecipare o no alle loro conseguenza.
A volte, poi, le cose ti danno pure tutto il tempo di riflettere prima di agire.
Ma, tanto, tu lo sprechi e …
Ma andiamo con ordine.
Questa storia inizia in quelli che pensavo sarebbero stati gli ultimi minuti della riunione di Co.Ca. in cui avevamo ballato gli ultimi giri di valzer delle disponibilità per la definizione degli staff di quell’anno scout.
Per una volta, non era stato difficile.
Avevamo, miracolosamente, abbastanza capi per lupetti, reparto e clan.
Ci eravamo presi il lusso di ragionare per bene sulla miglior disposizione dei vari capi disponibili e avevamo appena finito di tirare le fila.
Il capogruppo, un giovanotto della nuova scuola efficace, efficiente e con il preziosissimo talento di farsi capire dai preti, passò alle: « … Varie ed Eventuali! Così ce ne andiamo a casa prima di mezzanotte! Chi aveva bisogno oltre al reparto?»
E si guardò attorno.
Nessuno disse nulla.
Claudio, ci ricordò di votare sul sondaggio Whatsapp per la faccenda delle magliette che avremmo stampato per l’imminente quarantesimo compleanno del nostro gruppo.
Era il Capo Reparto a cui avrei dato il cambio di lì a qualche settimana perché i miei figli salivano in Clan dal Reparto e io non potevo continuare a stare in branca R/S.
Lasciavo a malincuore il Clan, ma, tutto sommato, non mi dispiaceva tornare in Reparto.
Tutto, ma non i lupetti.
I bambini moderni, ne so qualcosa avendo avuto a che fare con due figli maschi gemelli, sono particolarmente incompatibili con il mio concetto di pazienza. 
O, forse, i miei figli l’avevano consumata tutta. 
Non so, ma io dai lupetti non ci volevo proprio andare.
E lo sapevano tutti.
Del resto, la grana di Capo Reparto, ben pochi degli stessi tutti erano disposti a sobbarcarsela.
Quindi, eravamo tutti contenti.
Mi ero alzato in piedi nel brusio generale colmo di allegria e soddisfazione ed ero pronto a farmi il segno della croce ostentando il braccio destro sollevato fino all’altezza della fronte e la mano lievemente piegata, pronta ad iniziare il gesto sacro che ci avrebbe mandati a casa, quando Giorgia, la mia futura diarca in Reparto, iniziò a parlare ancora da seduta.
Giorgia era stata, a suo tempo, sia mia Guida che mia Scolta nel suo ultimo anno di Clan e le avevo dato la Partenza tre anni prima. 
Una ragazza gentile, devota, sicura di sé ma pacata nelle discussioni, puntuale nel servizio ma con qualche inspiegabile problema di rendimento scolastico ed universitario. Niente di drammatico, eh, solo che ‘sti esami falliti così di frequente non corrispondevano al quadro di questa ragazza acqua e sapone senza grilli per la testa.
Insomma, ero contento di far Servizio in Reparto con lei e contavo di invitarla a cena per iniziare a programmare le cose.
Il braccio mi scivolò di nuovo lungo i fianchi perché vidi, prima di ascoltare, che c’era qualcosa che non andava.
Giorgia stava guardando nel vuoto davanti a sé mentre parlava.
«Ecco, vi volevo dire una cosa importante».
Mi accorsi che non la stavamo ascoltando.
Il brusio allegro era ancora troppo forte.
Ed ebbi la certezza, guardando il viso di Giorgia, che si trattasse di una bella rogna.
Iniziai ad alzare il dito per chiedere il silenzio, ma Giorgia se lo prese da sola:
«Scusate, per favore!»
Le ultime due parole furono pronunciate a voce un po’ più alta, un bel po’ più alta, trattandosi di Giorgia.
Si fece silenzio.
Giorgia si alzò in piedi.
«Io… Io vi volevo dire… Insomma, lo dico e basta: mi sono fidanzata con una ragazza!»
Facemmo l’una del mattino.
No, non litigammo.
No, nemmeno giudicammo.
Beh, forse qualcuno sì.
Daccordo, ho giudicato pure io, ma ho anche assolto subito eh!
Non abbiamo considerato nemmeno da lontano la possibilità che Giorgia lasciasse il Servizio.
E nemmeno il Don si mise di traverso, anzi, fu il primo a mettere in chiaro che …
A pensarci ora, cosa c’era da mettere in chiaro?
Giorgia ci aveva confidato qualcosa di privato, di intimo, ma quanto rilevante per un Capo Scout?
Molto poco: quante volte il fatto di essere sposato con Margherita era stato rilevante di fronte ai ragazzi nel mio Servizio? 
Mai?
Mai.
E perché ce l’aveva rivelato?
Nessuno le aveva chiesto nulla, come nessuno l’aveva chiesto a me.
Fu l’aiuto capo reparto uscente a piantare la grana.
Non sulla permanenza di Giorgia negli scout e nemmeno sul suo ruolo di Capo in genere.
Piuttosto, sul suo ruolo in particolare.
«… L’età delle guide non è critica, secondo me è meglio non esporre ragazze di dodici, quindici anni a problematiche di questo tipo…»
Problematiche? 
Beh, io capivo tutto, ma perché usare quella parola?
Giorgia era stata aiuto capo reparto un anno, Capo reparto per due e ora era diventata improvvisamente capace di esporre le sue Guide a ‘problematiche’?
Nel frattempo, però, non dovete pensare che ci fosse in corso una specie di processo inquisitorio notturno.
Le coetanee (e i coetanei) di Giorgia erano andati in massa a far muro anche fisico attorno a lei, abbracciandola, sedendosi al suo fianco. Probabilmente si trattava di una specie di segreto di Pulcinella di cui solo i più lontani o anziani (nel mio caso anziano e lontano) non erano a conoscenza. Del resto, sapevo io che cosa faceva il sabato sera il più giovane dei miei aiuto capo? Ufficialmente non fidanzato ma sempre a scambiar foto e vocali con il gentil sesso in generale?
Verso l’una del mattino arrivammo ad una nuova quadra: io e Giorgia saremmo andati nel Branco invece che nel Reparto e non mi parve opportuno obiettare nulla visto che non ero riuscito ad esprimere nulla di positivo in quelle due ore così drammatiche.
Appena la riunione fu formalmente sciolta mi precipitai da Giorgia: «Allora devo andare a comprare il manuale della branca LC o me lo presti tu?»
Speravo, disperatamente, che nemmeno un milligrammo di sconcerto fosse visibile sul mio volto o nel mio tono di voce.
Giorgia, però, era troppo provata dallo sforzo ed era visibilmente affranta.
Aveva avuto le sue ragioni per sottoporsi a quell’auto da fé ma io non le comprendevo.
Mi sorrise e disse solo: «Mi dispiace …»
E per fortuna ebbi la presenza di spirito di bloccarla all’istante: «Di costringermi ad avere di nuovo a che fare con bambini maschi? Ti perdono!» Conclusi ridendo.
Dopodiché, però, salutai con la battuta: «Preferisci fare Akela o Bagheera?» voltai i tacchi e me ne andai.
Il giorno dopo fu mia moglie a storcere il naso dando pienamente ragione all’aiuto Capo Reparto uscente. 
E io?
Non dissi nulla.
Ma non fece obiezioni a confermare l’invito a cena organizzativo previsto per la settimana successiva. Ci venne il dubbio se invitare o meno la fidanzata di Giorgia ma decidemmo per un normale e banale whatsapp di conferma di giorno ed ora senza specificare altro.
Quella sera Giorgia si presentò da sola, i miei due rampolli diedero spettacolo spazzando via il cibo dai piatti secondo le modalità tipiche delle più becere squadriglie maschili, diedero le condoglianze a Giorgia per aver vinto me come diarca e tentarono di trascinarla in una complessa discussione - pettegolezzo sugli affari di cuore dell’Alta Squadriglia.
Era stata la loro capo per tre dei quattro anni che avevano passato in Reparto e l’adoravano, probabilmente non del tutto ricambiati, dato che i miei rampolli non erano proprio venuti su secondo il manuale della Branca EG.
La riunioncina tra di noi durò un’oretta abbondante e fu estremamente produttiva.
Il suo coming out non entrò mai in quella stanza e non ci entrò la giornata dei passaggi e nemmeno per tutto il successivo anno scout.
Quell’anno da Akela volò: lo sapete come passa il tempo quando ci si diverte, no?
Dopo la caccia atmosfera di fine aprile mi arrischiai ad invitare a cena Giorgia e la sua ragazza di cui non mi ero mai azzardato a chiedere neppure il nome.
Ovviamente me l’aveva detto Giorgia al primo: «Scappo, Giovanna mi aspetta!»
Era una bella serata di maggio.
Io ero curioso di conoscere Giorgia, mia moglie era sicuramente imbarazzata, i miei figli, reduci da un Challenge decoroso, del tutto indifferenti salvo che al menu.
Quando suonarono al campanello, confesso che andai ad aprire con il batticuore.
Ma non perché temevo che stesse per entrare un mostro in casa.
Temevo che il mostro, in casa, ci fosse già: io.
Come si fa a far capire a qualcuno che non ti stai sforzando di fare il bravo?
Che non stai ‘sopportando’?
Che non stai fingendo?
Ehi, è tutto ok: se hai dei problemi io non sono tra questi e potrei anche aiutarti a risolverne un po’?
Come si fa, eh?
Giovanna, una ragazza piuttosto appariscente e simpatica, fu di compagnia.
La serata fu divertente e anche i miei figli si comportarono bene riferendo a Giovanna una gran quantità di aneddoti divertenti e spesso autodenigranti sui loro 3 anni di Reparto con Giorgia.
Subito dopo cena, quando i pargoli uscirono per vedersi con amici & rispettive fidanzate, ci mettemmo a sparecchiare e la conversazione si spostò dallo scautismo ai problemi della quotidianità: il lavoro, il dentista, le rate e pure la laurea.
A pensarci bene, non fu una sorpresa scoprire che, da quando Giorgia si era fidanzata con Giovanna, aveva iniziato a superare esami a un ritmo forsennato e che si sarebbe laureata entro la fine dell’anno.
A un certo punto, mentre mia moglie faceva vedere a Giovanna le tende del soggiorno, Giorgia si avvicinò e, non proprio sotto voce ma nemmeno con tono normale mi chiese: «Secondo te possiamo venire insieme alla festa di gruppo?»
«E perché no?» Risposi senza pensarci due volte.
Giorgia mi sorrise e mi posò per mezzo secondo la mano sul braccio: una roba inaudita data la differenza d’età.
La festa di gruppo, fondamentalmente una mattinata di aperitivo pre Messa, Messa e pranzo comunitario moderatamente alcolico, coincide con l’ultima riunione dell’anno ed è un bel momento per tutti: capi e ragazzi.
E’ una festa in cui ho sempre provato una specie di leggero sollievo.
E così fu anche quell’anno.
Lupetti, Esploratori, genitori, Rover, Scolte, Capi, nonni sciamavano ridendo ovunque e io mi permisi di tirare il fiato.
A pranzo ci sedemmo ai tavoli organizzandoci di staff & famiglie e Giovanna passò, come era ovvio, inosservata ai più.
Alle VDB venne a farci da cambusiera assieme a mia moglie e devo ammettere che il relativo confort delle Vacanze di Branco fu un toccasana per le mie vecchie membra.
E la bellezza di quei giorni lo fu per il nostro spirito.
L’estate tramontò in un settembre affollato di impegni, inclusi quelli scout, ovviamente.
Bisognava pensare ai nuovi staff e programmare l’inizio dell’anno scout.
Quell’anno saremmo andati in lieve deficit: due capi avrebbero smesso di fare Servizio, mentre uno sarebbe entrato in Comunità Capi dal Clan.
Niente di catastrofico, si intende: saremmo sopravvissuti, ma di sicuro non avremmo avuto il rinforzo su cui avevamo fantasticato soprattutto durante il campo estivo.
Ovviamente, quando si inizia a danzare il Valzer delle disponibilità sai con chi inizi ma non sai con chi ti siedi. 
Ma era improbabile che quell’anno io e Giorgia avremmo cambiato staff e, infatti, nessuno lo propose.
Alla fine della prima, ed unica, riunione dedicata alla composizione degli staff, chiudemmo la pratica con un capo in meno in branca R/S, rinforzando la branca E/G con la new entry e confermando tutto il resto. 
E passa la paura!


Fine Prima Parte


9 maggio 2026

L’ultima preda

 






Akela è la prima persona che conosco che è morta.

Si dice conoscevo, ma questo l’ho capito dopo.

Ho ancora tutti e quattro i nonni, il mio cane, anche se anziano, è ancora vivo e vegeto e fino a ieri la morte era una cosa vista nei film e nelle serie tv, anche se papà si arrabbia sempre con mamma perché mi lascia guardare roba brutta.

Che strano, ieri ho pianto tanto tanto, ma oggi no.

Oggi mi sento tanto triste, le lacrime mi vengono ma non escono.

La mamma vuol portarmi a casa di Alice, lì ci sarà anche tutto il cda.

I grandi hanno deciso che è meglio se stiamo un po’ tutti assieme e parliamo di quello che è successo.

Ma io lo so bene che cosa è successo.

Akela, che al suo funerale ho scoperto che si chiama Angela, è morta.

Cioè, si chiamava.

No, aspetta.

Si chiama Angela.

Anzi, si chiama sia Angela che Akela, per me.

Beh, insomma, Angela, dopo le VDB è stata investita mentre andava in bicicletta con il suo fidanzato.

Che strano, io pensavo che fosse fidanzata con Bagheera e invece no.

Il fidanzato non è nemmeno scout.

Non c’era al funerale perché è stato investito pure lui ed è in ospedale e sta molto male.

Forse, se Akela si fosse fidanzata con Bagheera non sarebbe morta perché Bagheera non ha la bicicletta.

Che poi Akela è stata bravissima a nasconderci il suo nome per tutti questi anni, mentre che Bagheera si chiama Giorgio l’abbiamo scoperto subito.

Al funerale non eravamo tutti perché alcuni erano in vacanza.

Invece, io le vacanze le avevo fatte a luglio, prima del campo scout.

Ho litigato con papà per questo, perché volevo preparare bene il costume per le VDB e avevo paura di non fare in tempo, ma poi lui mi ha aiutato e il costume da pirata è venuto benissimo, tanto che papà mi ha fatto una foto e ora sta appesa sul frigo.

Pensare alle VDB all’inizio mi fa bene perché mi sono divertita tantissimo, sono stati giorni fantastici in cui mi sono resa conto di essere cresciuta e Akela era ancora viva.

Ma poi subito mi viene in mente che Akela ora non c’è più.

Ieri ci sono stati i funerali, ve l’ho già detto.

All’inizio i nostri genitori non volevano che partecipassimo, o almeno i miei non volevano.

Non so che cosa li abbia convinti a cambiare idea, forse una delle tantissime telefonate che sono arrivate in quei giorni, però di sicuro qualcuno li ha convinti.

A dirla tutta, io il fatto l’ho saputo più tardi degli altri lupi perché i miei non mi volevano dire proprio niente. Forse si immaginavano di dirmi una bugia, tipo che Akela era partita per andare a lavorare al Nord, che poi è una cosa che è già successa per davvero alla fine del mio primo anno, quando il vecchio Akela è andato a lavorare a Bologna e Kaa è diventata la nuova Akela.

Quella che è morta.

Insomma, dopo cena, mentre io guardavo di nascosto Mercoledì in soggiorno, sentivo arrivare dalla cucina parole come ‘superare il trauma’, ‘elaborare il lutto’ e ‘lo verrà a sapere comunque’.

E il giorno dopo me l’hanno detto.

Ho gridato quando me l’hanno detto.

Non è che mi ricordo moltissimo di quel momento, solo l’abbraccio della mamma.

Insomma, al funerale alla fine non eravamo tutti ma quasi.

Bagheera ci ha radunati fuori dalla chiesa, con tanta difficoltà perché ben pochi di noi volevamo lasciare la mamma.

Era tutto molto brutto perché era tutto un piangere e gridare e io mi sono molto spaventata: avevo proprio paura!

Quando la messa è cominciata c’è stato un attimo di tregua.

La chiesa era piena zeppa ma per noi lupetti era stato fatto spazio, purtroppo davanti, sul lato sinistro. Dietro di noi, il reparto, mentre il clan era nel coro.

Eravamo troppo vicini ai genitori di Akela e avrei voluto essere da qualsiasi altra parte nel mondo invece che lì.

Abbiamo pianto per tutto il tempo.

E anche Baloo, che dall’altare ha detto tante cose, a un certo punto si è messo a piangere pure lui e si è dovuto fermare, però poi si è scusato e non ho capito perché e ha ripreso.

Aveva ragione a piangere, no?

Ma forse anche a scusarsi perché mi ha spaventato ‘sto fatto: fino a due minuti prima ci stava ricordando che ora Akela è in cielo e che ci rivedremo tutti in paradiso e poi si è messo a piangere. Ma non è che non è vero? Cioè, se ci crede perché si è messo a piangere? Io sì che posso piangere perché sono piccola e non lo capisco bene ‘sto fatto della morte, della resurrezione come non ho capito niente quando ho fatto la Cresima.

Per un attimo ho avuto paura che non fosse vero che Akela è in cielo, che Akela è morta e che non la rivedrò mai più, che, come ho sentito dire alla mamma sottovoce a papà: «speriamo che la dimentichi presto».

Comunque, questa mattina non passa mai.

Ho sempre davanti Akela che si chinava su di me per parlarmi.

Io non sono molto alta, sapete, sono la più bassa del cda.

E lei mi guardava sempre negli occhi.

E ora non c’è più.

Quando la messa è finita e la bara bianca è stata portata via noi lupi siamo rimasti soli per un solo minuto, perché Bagheera si è avvicinato al carro funebre, allora noi ci siamo presi per mano e anche se era estate piena mi sentivo le mani degli altri fredde come le mie.

Quando il carro funebre è andato via ho guardato in alto e ho visto un cielo perfetto e sono sicura che Akela ci guardava e l’ho vista sorridere e di botto ho smesso di piangere.

Forse allora è vero che Akela è in Cielo, l’ho sentita dentro com’è vero che sono viva.

Ma solo per un attimo, perché non potevo guardare in alto per sempre.

Oggi non piango.

La mamma mi ha lasciata dormire, mi ha fatto trovare pane e nutella per colazione e d’estate non la compriamo mai e mi dispiace che sia stata questa l’occasione speciale per mangiarla prima dell’autunno.

E ora già da un po’ mi ripete di prepararmi, di muovermi, che siamo in ritardo.

Ma in ritardo per cosa?

Stiamo andando a giocare a casa di Alice, pure se arrivo dieci minuti dopo che cambia?

Nell’armadio l’uniforme scout non c’è.

La mamma l’ha messa in lavatrice con tutto il fazzolettone, il mio fazzolettone giallo e azzurro che l’altro Akela mi ha messo al collo il giorno della Promessa.

Domani sarà di nuovo qua nell’armadio, con i pantaloncini blu, la camicia azzurra, i distintivi delle specialità.

Sarà tutto pulito e profumato.

Come nuovo.

Le lacrime che sono cadute sul fazzolettone e sulla camicia saranno lavate via.

Usciamo di casa, per fortuna Alice abita a due passi.

Prendo la mano di mamma.

Me ne accorgo, perché ormai sono grande e non le prendo più la mano quando camminiamo per strada.

E come mi accorgo di quella mano, mi accorgo di aver capito:

morirà anche la mamma.

E morirò anche io.

Io, prima, non lo sapevo davvero che si muore.

Anche questo me l’ha insegnato Akela.

E spero di rivederla un giorno, così le dico grazie, per avermelo insegnato, grazie per avermi fatto cacciare l’ultima preda del mio sentiero di Lupetta con lei.




3 maggio 2026

Caccia Atmosfera 2026 Fontanelice: scautismo senza se e senza ma


 La Caccia Atmosfera è una tappa importante dell'anno scout e mi ispira sempre varie riflessioni sullo scautismo e sulla società italiana.

Anche questa volta le idee non mancano, ma ho deciso che non ho voglia di inquinare la semplice gioia di questi due giorni.

Mi preoccuperò domani.

Oggi è il giorno della consapevolezza: questo grande gioco funziona.















Abbiamo giocato, cantato, pregato, scoperto i segreti delle formiche, imparato i primi accordi della chitarra, abbiamo disegnato, difeso la collina, imparato a far pace e poi l'abbiamo fatta, la pace.  Il tutto seguendo San Francesco e Santa Chiara ...


25 marzo 2026

Backstage di un'emozione: dietro le quinte della Compagnia Teatrale CaRpiScout




 

Emozione.

Ecco che cosa ho provato leggendo il libro di Saverio Catellani dedicato alla Storia della Compagnia Teatrale CaRpiscout, attiva dal 1990 al 2025 (più code ...)

Mi sono imbattuto in questo straordinario esperimento di Scoutismo al di fuori delle sedi scout quando ho ascoltato, per la prima volta, il Valzer delle Disponibilità (in cui mi sono immediatamente riconosciuto:  sono 'il quarto di tre').

Ho recuperato su youtube i loro spettacoli e vedere il CaRpiScout in azione mi ha sempre lasciato la stessa sensazione che provo alla fine di un'attività scout ben fatta.

E poi il Valzer delle Disponibilità è diventato una specie di feticcio! Me lo guardo sia prima della fatidica riunione di Co.Ca. di fine anno in cui si danno le disponibilità di massima per l'anno venturo che, in loop, per tutto quel tempo di settembre in cui il Valzer si balla sul serio.

Il libro non è solo una raccolta di fotografie divertenti, ma è un pezzo di storia nostra, del nostro scautismo così operoso e di ampio respiro.

La lettura è stata avvincente, gli aneddoti sono diventati vivi davanti ai miei occhi mentre li leggevo e la cosa che più mi ha lasciato contento è proprio la descrizione di una passione che non è solo qualcosa di personale, ma è, esattamente come il Servizio, finalizzato  al progresso della Comunità (quella che intende progredire, si intende).

Insomma, non è proprio il classico catalogo autocelebrativo.

Del resto, l'impresa successiva in cui quel gruppo di scout si è cimentato è il Concorso letterario Racconti intorno al Fuoco (da cui, come vincitore dell'edizione 2025, sono amichevolmente bandito anche perché non si fa concorrenza a se stessi).

Però, un piccolo suggerimento a Saverio vorrei darlo, magari per una prossima commedia:

in Paradiso, lo Scautismo è inutile 😏.



23 marzo 2026

Mammamia Aiuto! CANT Z.501 Gabbiano e CANT Z.506 Airone: il fascino degli idrovolanti

Cant Z 501 Gabbiano

Cant Z 506 Airone






















Beh, è da quasi un anno che non scrivo di modellismo.

Da un lato casa nuova è più impegnativa, dall'altro preferisco scrivere quando ho qualche sprazzo di lucidità.

Per recuperare presento ben due aerei contemporaneamente: 

il CANT Z.501 Gabbiano  e il CANT Z.506 Airone.

Gli idrovolanti mi hanno sempre affascinato.

Andar per mare, andar per aria...

Forse è anche a causa di un vecchio film di Disney: l'ultimo viaggio dell'arca di noè, in cui un malmesso B-29 residuato bellico da aereo viene trasformato in battello a vela.

Aerei dalle molteplici virtù: alcuni, come il Catalina, sono in grado di camminare, nuotare e, ovviamente, volare: possono decollare sia da piste che dall'acqua e, ovviamente, volano pure!

Insomma, ho un debole per gli idrovolanti: la giusta evoluzione dell'espressione latina terra marique!

Ora sono per lo più relegati alla ricerca e soccorso e al fondamentale ruolo antincendio.

Ma non è una tipologia morta, tutt'altro. 

Sono piuttosto diffusi per i collegamenti in arcipelaghi (tipo le Maldive) o aree con forte densità di laghi.

Inoltre, con il futuro innalzamento dei mari, potrebbero tornare di moda.

L'Italia ha avuto un glorioso passato aeronautico e gli idrovolanti l'hanno fatta da padrona per tutti gli anni '20 e parte degli anni '30: le trasvolate oceaniche, 3 vittorie nella Coppa Schneider, record su record che hanno lasciato il segno (al di fuori dell'Italia, ovviamente).

Ricordo a tutti i due capolavori di Miyazaki: Porco Rosso e Quando soffia il vento in cui idrovolanti (di modelli inventati) italiani sono coprotagonisti.

Ma veniamo a noi.

Il Gabbiano era soprannominato, dai suoi equipaggi, mammajut: sia per la sua vulnerabilità ai caccia avversari sia perché, in caso di incidente (o ammaraggio duro), il castello del motore poteva staccarsi e l'elica in moto finire spiacevolmente sui piloti.

Fu usato come aereo da ricognizione e, soprattutto, soccorso in mare.

Nota di colore: i nostri amici inglesi, quelli delle forze del bene, per intenderci, mitragliavano spesso e volentieri i piloti italiani che si buttavano col paracadute e sparavano allegramente sulle insegne della croce rossa dei velivoli di soccorso.

Il più moderno Airone, invece, si rivelò così riuscito da rimanere in servizio fino alla fine degli anni '50 nei ruoli di bombardiere ricognitore prima e ricerca e soccorso poi.

L'Airone è anche l'aereo su cui ha combattuto uno dei pochi assi (ossia chi abbatte almeno 5 aerei nemici) NON piloti della Regia Aeronautica. Pietro Bonannini, infatti, era un 'mitragliere' e diede filo da torcere ai caccia alleati.

I due modelli, di marca Italeri, sono stati divertenti da montare e, nonostante casa nuova sia ben più grande della vecchia, nonostante ognuno dei suoi abitanti abbia i suoi spazi codificati, nonostante al modellismo sia dedicato un tavolo di fianco alla scrivania dello scrivente, pare che tale tavolo con su attrezzi, colori e modellino in costruzione sembra che abbia su  un gigantesco cartello stradale con su scritto "Butta qua sopra quello che ti pare".
E così i due modellini hanno dovuto subire, prima di arrivare alla relativa sicurezza della cime della libreria, attacchi cinetici che manco un bombardiere alleato circondato dalla Luftwaffe ...

Comunque, se mi capiterà sottomano, sarà un piacere assemblare un kit di idrovolante antincendio: mi stanno molto simpatici, quegli aerei.

13 marzo 2026

Ritorno sulla Linea Gotica: un paio d'ore di scouting sono l'ultima frontiera


 

A volte, una Comunità Capi non si riunisce per risolvere un problema, stilare un programma o danzare il valzer delle disponibilità.

Si riunisce perché esiste.

Perché è bello stare insieme, riscoprire i gesti semplici che ci hanno conquistato da ragazzi e ritornare ancora una volta esploratori, guide, scolte e rover.











E' bello guardarsi indietro e poi dentro e meravigliarsi di quanto, di quel ragazzo, sia rimasto intatto nell'uomo.

Nel mio caso, abbastanza.

Orfano del mio Appennino, del Parco del Pollino, sto iniziando ad imparare la bellezza di quello Tosco Emiliano.

Ci siamo divertiti.

Dai, sù: farsi spiedi e griglie con il legno verde risultante dalla manutenzione del terreno per campi EG è divertente.

Accendere il fuoco e cuocerci sopra melanzane e carne è divertente (e la tecnica di infilaggio salsicce sullo spiedo 'alla materana' si è mostrata tecnologicamente vincente su quella locale) ma a che serve?

Non dovremmo occuparci di pianificare, progettare, formare e preparare?

Certo, sono tutte cose senza cui lo scautismo non va avanti.

Ma lo scautismo si basa sullo scouting e senza scouting non c'è pianificazione che tenga.

E lo so che sembra retorico, ma lo scautismo si basa sulla fraternità, che è una roba assai poco gerarchica e non si fabbrica né si raccoglie: la si vive.

Ecco perché è una buona idea raccogliere la legna, accendere un fuoco, preparare griglia e spiedi, cucinare assieme, lavorare, celebrare la Santa Messa in una cripta nel cuore dell'Appennino, cenare, cantare e vegliare in un deserto accuratamente preparato capace di rompere ogni solitudine del cuore.

E non importa se piove, una pioggia dispettosa: metto il poncho e smette, tolgo il poncho e ricomincia.

Non importa. 

La Strada ci ha chiamati a percorrere ancora una volta le creste da cui arrivò la liberazione d'Italia.

Salendo sul sentiero ne ho fatto memoria ma devo ammettere di essere stato più occupato a parlare e ad ascoltare, a conoscere e a farmi conoscere.

Siamo stati accolti dall'associazione Chiapporato Ri-Vive! e ci sarebbe da parlare a lungo di questo progetto ma in questa sede posso solo confessare di aver apprezzato parecchio il budino di castagne che ha scacciato l'umidità dalle mie vecchie ossa.

Il ritorno è stato, personalmente, privo della malinconia per la fine di una bella esperienza.

A Villanova, dopo aver rimesso tutto a posto, c'erano sorrisi, non musi lunghi.

Perché è il bello della Comunità Capi: ogni attività è un punto di partenza.

Una piccola nota personale: ormai ben più di un pugno di capi sono stati, come si dice in gergo, 'miei ragazzi' (o più precisamente coccinelle e lupetti).  Trovare una torta senza glutine per colazione mi ha riempito il cuore di tenerezza (e la glicemia si impenna!!!). 

Per fortuna che ci sono loro già lanciatissimi verso il futuro.

Come i miei 2 fedeli lettori sapranno, io non considero il Capo Scout l'equivalente di un Professore, ma l'equivalente di un autista di scuolabus: i capi presenti (e futuri) non sono 'merito' dei capi passati ma solo di loro stessi.

Ora, mi rendo perfettamente conto che questa Comunità Capi vive una condizione di relativo privilegio.

E so bene quanto sia costoso portare avanti giorno per giorno, anno dopo anno, le attività quando i rover e le scolte emigrano e vanno a fare servizio altrove.

Ma giornate come questa, seppur al prezzo di un paio di riunioni in meno all'anno, hanno una consistente ricaduta positiva sulla tenuta delle Comunità.

So anche fin troppo bene quanto alle attività istituzionali se ne aggiungano molte altre di tipo diverso.

E so anche quanto l'AGESCI incoraggi un'apertura ad esperienze terze, concettualmente  ideali, ma ormai in conflitto d'interessi con il nostro core business, dato che le domeniche in un mese non possono diventare 8 neppure per volontà del Consiglio Generale.

Quasi quasi mi vien da ringraziare il Decreto Sicurezza 2026 che rende complicatissime le attività EG ed RS: avremo più tempo per 'presidiare' frontiere di carta e 'aprirci' ad altre faccende che non implichino cartina, bussola, strada e scouting nei boschi.

In questi tempi bisogna scegliere: non solo tra quello che è giusto e quello che è sbagliato, ma anche tra ciò che è sostenibile e no.

E Strada, Comunità, Servizio e Scouting lo sono.