21 novembre 2010

io ed i Baustelle: una storia simmetrica

Anni fa, quando ero un rockettaro ( più per autodefinizione che per altro ) con tanto di camicia a scacchi rossa e capelli tinti dello stesso colore, leggevo il Mucchio Selvaggio. Mitica rivista che, a parte la necessità di acquistarla dal tuo edicolante di fiducia perchè sennò dovevi spiegare ogni volta che non era ‘na rivista zozza, mi regalava ogni settimana un paio dì ore di relax e di sogni fricchetton intellettuali. Una decina di anni fa, appunto, mentre contavo i giorni che mancavano alle vacanze natalizie, o giù di lì, lessi sulla suddetta rivista una strabiliante recensione di un gruppo esordiente. 
I Baustelle, appunto.
Credo di aver acquistato il loro disco di esordio da “Maschio” o da un altro negozio lì dietro ( dietro Piazza Castello, a Torino, intendo ), lo stesso giorno.
Una folgorazione.
Ora, dieci anni dopo, sei dischi dopo, posso tirare un po’ le somme.
Non faccio paragoni di tipo artistico: che so, De Andrè è De Andrè, inarrivabile.
Ma De Andrè mi piace, non mi rappresenta.
Nei Baustelle, invece, io mi identifico.
Ad oggi, completamente.
Stile, testi, estetica, ritmo, significato, movenza scenica, tempismo, anagrafe, tecnica e temi.
Tutto ci unisce, o più esattamente, tutto di loro compenetra i miei gusti estetici e musicali.
Ma, questo, è il meno.
Il più è che i Baustelle, dal mio punto di vista ovviamente, scrivono per me.
Il Sussidiario Illustrato della Giovinezza mi parla in prima persona.
“Gomma” e “la canzone del parco” arrivano direttamente al mio cervello e mi riportano ad una Serra Rifusa tetra della fine degli anni ‘80, ravvivata dai colori dei fazzolettoni del Reparto Sagittario.


“ Settembre spesso ad aspettarti 
e giorni scarni tutti uguali 
fumavo venti sigarette 
e groppi in gola e secca sete di te 

leccavo caramelle amare 
e primavere già sfiorite con te 
e già ti odiavo dal profondo …”


per poi catapultarmi nelle indecisioni materiali dell’università con Réclame, degno prologo degli anni successivi:

“E in ogni estate trovo che 
un po di morte in fondo c è 
e in ogni morte trovo te 
in ogni estate in fondo c è 
e in ogni morte... “




O al cinismo indotto che ora devo trattenere sempre più di frequente:


“Mi dici che ti emoziona il tramonto 
Ed io ti chiedo se ce l hai 
Per caso in tasca un chewingum

Mi spieghi che dietro ogni campo di grano c è 
C’ è il Divino 
C’ è Van Gogh 
Invece temo il peggio  “


Fino ad arrivare alla descrizione degli stati d’animo della quotidianità, un paio di anni fa:


“Anna pensa di soccombere al Mercato 
Non lo sa perché si è laureata 
Anni fa credeva nella lotta, 
adesso sta paralizzata in strada 
Finge di essere morta 
Scrive con lo spray sui muri 
che la catastrofe è inevitabile 

E’ difficile resistere al Mercato, Anna lo sa 
Un tempo aveva un sogno stupido: 
un nucleo armato terroristico 
Adesso è un corpo fragile 
che sa d’essere morto e sogna l’Africa. 
Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe “

“Datti al giardinaggio dei fiori del male ”


e a ricalcare la memoria di avvenimenti simbolo della nostra trasformazione da paese di case e città a paese di televisioni con “Alfredo” ed alla consacrazione dei Mistici dell’Occidente, giusto in tempo per poter assaporare, assieme a “Le Rane”, tutte le terribili implicazioni delle scelte che tagliano, dividono, separano anche i Fratelli di Strada. 
Un altro dolore che devo imparare ad accettare.
I Baustelle non sono divertenti.
Descrivono con spietata dolcezza e candore l’amarezza del quotidiano, la follia della stupidità, la banalità delle motivazioni della violenza, la pena per la futilità dei tentativi di porre rimedio a tutto cercando conforto in un’altra persona.
i Baustelle costringono alla nuda verità.
Al si o no.
Nell’immensa zona grigia intermedia calcano la scena con testi di brutale ironia. Per chi sa dire si, o no, comunque, c’è una ricompensa, immagino.
Non me l’hanno ancora data.
Aspetto il 4 Dicembre con relativa trepidazione. Spero che lo spettacolo sia all’altezza. Preciso: spero che il loro concerto sia dialitico e che strappi via un po’ di veleni.
Se no, pazienza.