23 novembre 2010

Sei Anni e mezzo.

Quel mattino fu particolarmente uggioso, nella memoria.
Mi svegliai con l’idea che da lì a due giorni avrei compiuto sei anni e mezzo. Sei anni e mezzo, poi avrei potuto dire “Quasi Sette”.
Durante la settimana, dovevo svegliarmi prestissimo per andare a scuola: mia madre lavorava fuori città, mio padre attaccava alle otto del mattino, quindi, alle otto meno qualcosa, dovevamo già uscire di casa. Questo implicava la sveglia alle sette per sei giorni su sette. Il dovermi svegliare alle otto la domenica, per andare a Messa, non migliorava il mio umore: i miei amichetti, a scuola, si svegliavano alle otto tutte le mattine. Qualcuno, addirittura alle otto e mezzo. Eppure, andare alla seconda Messa mi innervosiva ancora di più che svegliarmi presto: partire di casa alle dieci e mezzo e ritirarsi alle dodici e mezzo si mangiava tutta la mia domenica.
Quella era stata la prima estate che avevo passato all’aperto, lontani dalle macchine e dal traffico, noi ragazzini di sei - sette anni, ci eravamo riuniti in un abbozzo di quella banda di fratelli che sarebbe stata inseparabile per i sette anni successivi.
E, anche sotto il cielo di ottobre, appena ostacolati dalle minaccie materne relative al fango che puntualmente ci trascinavamo sotto le scarpe, amavamo correre e fare la guerra nelle contrade circostanti dove l’asfalto era assente ed i cumuli di terra dei cantieri edili colline perfette e tane di giochi.
In quel freddo novembre, invece, avevamo iniziato a giocare coi soldatini. Approfittando delle varie stanze vuote disponibili nelle nostre case appena costruite e che non c’era stato nè il tempo nè il denaro di arredare, iniziavamo a posizionare le truppe al mattino, tornavamo a casa per il pranzo e proseguivamo con la carneficina al pomeriggio finchè era ora di andare a nanna.
Fu solo molto più tardi che ebbi il permesso di restare alzato fino al telegiornare delle 20. In quei mesi, in cui la memoria dei giorni iniziava a passare da un conglomerato nebuloso di sensazioni, situazioni, odori e voci a sequenze di fatti sempre meno labili, ricordo il buio scendere presto sulle armate di plastica sparse sul pavimento ed il fango che debordava sui viottoli dai terreni circostanti.
Dato che per le otto al massimo dovevo stare a nanna, cenavo presto. Alle sette di sera, per me, la domenica aveva tutta la malinconia del giorno di festa che svaniva e cercavo di acchiappare gli ultimi minuti di veglia dando sfogo alla vivacità fanciullesca. In altri termini, rompevo i coglioni a mamma, papà e sorellina non necessariamente in quest’ordine e non necessariamente tirando calci. Volevo sapere perchè e poi ancora perchè.
La pastina in brodo vegetale, quella sera, proprio non mi andava giù. Sono stato sempre molto lento a mangiare durante l’infanzia e quella sera ero particolarmene inquieto, tanto che alle 19:30 ero ben lontano dall’aver finito il piatto e lontanissimo dall’andare a nanna.
Infatti, ricordo che stavo saltellando sulla sedia tra i picci della sorellina ed il nervosismo crescente dei miei quando mio padre sbotto:” La vuoi smettere di muovere il tavolo?” Mi fermai subito, all’istante.
L’istante in cui la luce tremò.
L’istante in cui un “BANG” gigantesco si impresse nella mia memoria.
L’istante in cui tutto iniziò a tremare ed a muoversi, io incluso, che fui strappato alla sedia e mi ritrovai orizzontale, tra le braccia di mio padre, in una dissennata corsa verso la salvezza, dietro mia madre che portava in braccio la sorellina, un brevissimo lasso di tempo nel fragore che si dissipò d’incanto quando ci trovammo nel giardino, al buio, tra grida e terrore.
I dettagli di quei momenti si sono persi nel tempo. Le grida, le urla, i pianti di noi bimbi, il buio completo sono rimasti, ma non il freddo o le parole di conforto.
Il terrore era stato il nostro unico danno.
Rientrando in casa, scoprimmo solo quadri spostati e soprammobili caduti ed io, con la fresca ingenuità di un bambino, non comprendevo perchè, passato lo spavento, non stesse tornando tutto alla normalità: dopotutto mi ero spaventato di più cadendo dalla bicicletta, restando al buio per un’interruzione di corrente mentre ero solo in una stanza, o andando alla lavagna a scuola.
Invece, quella notte, leggevo lo sconvolgimento del cuore sui volti dei miei genitori per la prima volta nella mia vita.
Mio padre, che aveva ispezionato tutta casa prima di farci entrare, mise a letto me e mia sorella in un unica stanza, lasciò la porta e la luce accesa.
Ed io credo di ricordare la voce di Mario Pastore che filtrava dalla cucina in toni di drammatica angoscia.
Ci svegliammo, credo verso le 23, terrorizzati, gridando.
I nostri genitori accorsero e ci tranquillizzarono, ma, la corsa rombante su per le scale, dei loro passi, fu sconvolgente quanto l’incubo che aveva svegliato nel pianto uno di noi due.
Il giorno dopo, lunedì 24 Novembre 1980, un gelo grigio, gelido, accolse il mio risveglio.
Un silenzio ci accolse mentre ci preparavamo per la giornata.
Fuori, in lontananza, sulla statale, niente traffico.
Solo il mormorio delle radio, delle tv, in una luce strana che non ho più dimenticato e che avrei rivisto quasi trent’anni dopo in altri lidi.
Ci trovammo fuori, tutti quanti, spaesati.
Niente scuola, niente uffici.
Con gli amichetti, dopo colazione, ci vedemmo in giardino.
In silenzio.
Per non disturbare.