11 settembre 2012

scrivo cento volte "io sono un deficiente" per sentirmi vero

La vicenda della professoressa siciliana che, per punire un bullo gli ha fatto scrivere cento volte "sono un deficiente" è finita con l'inevitabile condanna.
Per gli uomini di buona volontà questo è un ulteriore scandalo, sintomo di grave e penosa malattia del Bel Paese.
Un ragazzino insulta pesantemente un altro, la professoressa difende la vittima non a scapaccioni ma con le parole.
Parole scritte.
Viene denunciata dai genitori del bullo, assolta, poi condannata in appello, condanna confermata in Cassazione.
Ho deciso di approfondire un minimo la vicenda cercando di procedere oltre il banale buon senso e mi sono andato a leggere la sentenza di Cassazione.
Il cui ragionamento non fa una piega:
"non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono"
Sulla carta mi sembra tutto logico. 
Hai 11 anni, sei un bullo e se costretto a scrivere in pubblico cento volte "io sono un deficiente", può darsi che l'umiliazione peggiori le cose invece che migliorarle.
Avevo seguito, a suo tempo, la vicenda e devo dire di aver mutato lentamente opinione.
Non nel merito pratico: Se all'inizio ero senz'altro solidale con la docente e non coi genitori del bullo resto, oggi, dello stesso parere.
Ma sul meccanismo. Prima lo consideravo assurdo.
Ora sconvolgente nella sua puntuale logica.
La cosa sconvolgente della vicenda non è nel genitore che protegge il figlio bullo, nè nel genitore che ritiene il figlio bullo eccessivamente umiliato tanto da denunciare la docente (e notate che sono due cose assai diverse).
Ma nell'implacabile meccanismo, slegato dal contesto, in cui opera lo Stato Italiano e non solo.
Immaginate di vivere in Utopia.
Una scuola perfetta o quasi, in una città perfetta o quasi.
Pensateci.
E' giusto umiliare un ragazzino colpevole di bullismo?
Esistono sistemi educativi che non passano attraverso l'umiliazione del colpevole, lo scoutismo nè è un negletto ma oggettivamente solido esempio.
Ma Palermo non è la città della gioia e l'Italia non è il Paese del Bengodi.
La sentenza, pertanto, probabilmente è corretta ma non giusta.
Corretta nei principi costituzionali e nel diritto.
Ingiusta perchè punisce concretamente una persona che non aveva, quasi certamente, alternative tra ignorare il fatto, passare alle vie di fatto per proteggere il più debole dal prepotente o agire come ha fatto.
Di questo stato di cose oggettivo la magistratura se ne fotte.
La sentenza, quindi, appare delirante nel senso letterale del termine, cioè emessa da un organismo scevro da qualsivoglia collegamento con la realtà chiamata a giudicare.
Giudici in ermellino vs professoressa delle medie in scuola italiota del Meridione...
E, se qualcuno dei lettori volesse attaccare la magistratura in genere per questo specifico comportamento si trattenga e risparmi le munizioni.
Non sono mica casi isolati questi.
Come Equitalia che vuole le tasse dal cittadino creditore di uno Stato Insolvente.
O come certuni che volevano introdurre con bacchetta maginca il sistema di raccolta differenziata norvegese nella deleritta Matera, come dire: "Non riusciamo a permetterci di far decollare un biplano e ci proponiamo di risolvere il problema pensando di comprare lo Space Shuttle".
Triste Paese quello dove anche quella che dovrebbe essere la realtà delle persone comuni si slega dalla Realtà con la lettera maiuscola.
Piena solidarietà alla docente siciliana per quello che ha passato.
Ed anche qualcosina ai Giudici (e a tutti gli altri pubblici ufficiali) che si rendono perfettamente conto di agire contro gli interessi dell'Italia Reale ma non possono o non hanno il coraggio di combattere le astrazioni dell'Italia Irreale che servono con zelo a discapito di noi tutti.