«E quella chi è?»
La mia domanda aveva tutta l’impazienza e l’irritazione che avevo accumulato durante quel giorno infernale.
Il mio battaglione, il XXXIII, era quello di punta del 4° bersaglieri e avevamo passato la giornata a giocare al gatto e al topo coi tedeschi in ritirata.
A volte il gatto erano i nuclei di mitragliatrici tedeschi, le loro mine e le loro trappole esplosive, a volte erano i nostri mortai, i nostri bersaglieri e gli osservatori d’artiglieria del V corpo d’armata inglese.
Io mi sentivo sempre il topo.
Feci un respiro profondo e mi calmai.
Il maresciallo Sabino non si meritava quell'asprezza.
Aveva l’età e le conoscenze per imboscarsi nelle retrovie ma non aveva voluto saperne di abbandonare il battaglione. Si dannava per cercare di portarci in linea tutto quello su cui riusciva a metter le mani: dalla minestra calda che si stava distribuendo, sotto i miei occhi, alla 12a Compagnia Bersaglieri, a elmetti, armi fuori ordinanza, ricambi, veicoli e perfino biancheria e vestiario di cui eravamo cronicamente a corto.
Il maresciallo la prese alla lontana:
«Maggio’, vi ricordate la moglie del vostro predecessore?»
Me la ricordavo.
Me la ricordavo in tempo di pace quando il Colonnello Guazzaloca era Capitano ed io Tenente. Una bambolina tutta compita nella quasi uniforme da giovane italiana che portava per far pendant con la divisa del marito.
Orgogliosa e fiera del suo ufficialetto appena tornato dalla Spagna promosso e decorato per merito di guerra.
Come me, del resto.
Me la ricordavo quando avevo incontrato una donna completamente diversa, ingrigita, stanca, ma con negli occhi l’ira per quello che aveva dovuto sopportare in guerra e soprattutto dopo l’8 settembre.
Un’ira che l’aveva trasformata nella vera attendente del marito.
Avevamo scambiato solo poche parole di circostanza quando suo marito mi aveva passato il comando del Battaglione durante l’unica serata che avevamo trascorso insieme.
L'avevamo passata in una stalla ripulita alla meglio, in un borgo senza nome al centro di un Appennino lugubre e nebbioso.
Una grottesca imitazione del lustro salone riccamente decorato in cui la moglie di un capitano di un altro esercito, di un’altra Italia, di un altro mondo, teneva il suo salotto.
In quella stalla, la cui mensa era costituita da una porta appoggiata su due barili, avevo visto la moglie del tenente colonnello Guazzaloca versarmi del vino acetoso da un fiasco coperto di vimini nel mio gavettino sporco.
Era davvero l’allegoria, neppure troppo velata, della nostra Patria invasa da nazisti, alleati e occupata pure dagli eterni fascisti che si annidavano di fronte, alle spalle e pure dentro di me.
Che non ero certo stato un oppositore della prima ora: in Spagna c’ero andato volontario, io.
«Ebbé, ‘a Signo’ aveva raccolto una povera sbandata, insomma, una di quelle, mi so’ spiegato?»
Si era spiegato.
Una di quelle.
«E la ragazza l’aveva aiutata assai alla Signo’ a raggiungere il marito a Brindisi a Settembre. Che la Signo’ non è che si raccapezzava da sola coi bagagli a Settembre!»
E chi si era raccapezzato?
Si era raccapezzato il Re?
Si era raccapezzato Badoglio?
Si era raccapezzato il Capo di Stato Maggiore, si erano raccapezzati i comandanti d’Armata e cento e cento generali?
Si erano squagliati e io ero stato fortunato a trovarmi in Corsica da dove avevo cominciato una dolorosa anabasi fino a ritrovarmi, di nuovo vestito di stracci, ma con un elmetto e un fucile inglesi, ben deciso ad arrivare a Milano.
A piedi.
Partendo dal Sud.
Io e altri 400 poveri cristi che non stavano aspettando di essere liberati dagli americani.
«E da allora sono rimaste assieme e la ragazza si è fatta benvolere da tutti».
Accorgendosi dell’ambiguità del termine usato, il maresciallo si affrettò a precisare:
«Ha fatto l’infermiera, la sarta, la sguattera, le pulizie, voi ‘sti giorni non l’avevate ancora incrociata perché siete stato sempre in linea, ma la uagnedda è stata irreprensibile».
«E come mai la moglie del Colonnello non se l’è portata con lei?»
«Eh, lei voleva, eccome se voleva, anche se sarà solo qualche anno più grande della uagendda l’aveva iniziata a trattare come una figlia, ‘na sorella, perché a settembre ne hanno passate assai assai, e pure quando il reparto si è costituito… Insomma, si è sempre portata bene».
400 fessi, uno scemo di guerra come me al comando e una puttana.
Che bell’Italia potevamo ricostruire.
«Ma la ragazza è di Bologna e si trovava al Sud per un fatto di famiglia quando arrivò Settembre e si è trovata bloccata qua, ma vuole tornare a casa sua!»
E chi no?
Il Maresciallo mi guardava speranzoso ma non era certo per quegli occhi di una fedeltà canina che presi la decisione.
La ragazza aveva un fazzoletto in testa e indossava una strana combinazione di giubba inglese, gonna lunga e stivali immersi nel fango.
Non stava servendo alla cucina da campo, ma era poco più in là e aiutava a fare l’inventario dei rifornimenti arrivati.
Non rideva.
Lavorava e basta.
Mi avvicinai.
«Marescia’!»
«Comandi!»
«Mettete a posto le carte per la signorina!»
La ragazza si voltò e capì.
Capì chi ero e si spaventò.
Si mise anche sull'attenti ma non osò fare il saluto.
«Signori’, è vero che va a Bologna?»
«S… Sì. Sì eccellenza, io …»
«Signori’ state tranquilla: se si fida e ci da una mano, a Bologna ce la portiamo noi. A piedi però».
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