23 maggio 2026

Più scout dell'Odio - Seconda Parte

 




Era una tiepida sera di fine settembre e una parte di noi decise di passare dal pub di fronte alla chiesa per una birra.

Ce la meritavamo tutta.

L’atmosfera era rilassata e serena.

Una quindicina di persone che occupavano una tavolata come tante, ma al cui servizio la cameriera trovò un’insolita educazione e collaborazione.

Le voci narravano aneddoti spassosi degli ultimi campi, parlavano di lavoro, famiglia, fidanzati stronzi e cuori spezzati, auto ammaccate e gatti ammalati.

Io mi accomodai con il mio ex aiuto Capo Clan, un giovanotto  dal QI spaziale ma dalla pigrizia proporzionalmente superiore. Aveva rifiutato una vantaggiosissima di lavoro perché non era previsto smart working e io feci un po’ di fatica ad accettare il suo punto di vista  considerando il raddoppio del reddito a cui aveva rinunciato.

Roba da matti! 

O solo da giovani idealisti che sanno esattamente cosa vogliono e cosa è necessario per lasciare il (loro) mondo un po’ meglio di come l’hanno trovato?

Eravamo entusiasti per il nuovo anno scout ed io lo ero anche più della media perché avevo potuto toccare con mano, nel servizio di Giorgia, il frutto del mio servizio passato.

Insomma, cosa poteva mai andar storto?

Nulla.

Mi scolai due medie, tanto non dovevo mica guidare per tornare a casa.

Fuori dal pub l’aria aveva il sapore fresco del futuro.

E tornai a casa eccitato come la sera prima dei passaggi quando ero Esploratore, chiedendomi: “Come sarà?” Esattamente come trentacinque anni prima.

Facemmo la prima riunione il sabato successivo.

Rividi i miei lupetti, tutti cresciuti dopo la pausa estiva.

Una parte di loro non era più nell’infanzia. 

Erano diventati ragazze e ragazzi, pronti per spiccare il volo verso il Reparto, il core business dello scautismo.

Dopo la Messa, ala fine della riunione, si presentò anche Giovanna che rimase in disparte, fuori dal cerchio, assieme ai genitori.

Era stata davvero una bella riunione e io pregustavo il pollo al forno con le patate che mi aspettava a casa.

L’unica scocciatura dell’imminente anno scout consisteva nel fatto che mi sarebbero toccati i miei rampolli come Rover in servizio: nel mio gruppo, il Servizio nel primo anno di Clan era tradizionalmente dedicato alla branca LC e non sarebbe stato carino cambiare le cose solo per me.

Il ‘Bim Bum Crack’ finale sciolse il nostro cerchio e io mi trovai a recuperare il Totem per portarlo in tana mentre controllavo che a ogni lupetto fosse associato un genitore. 

Una mamma a caso mi chiese a bruciapelo: «Tutto bene? Restate gli stessi per l’anno prossimo?» Echecazz, come i lupetti. Scommetto che aveva fatto la stessa domanda a tutti i capi prima di noi.

«Ci sono buone speranze, ma non dipende da noi, lo scopriremo il giorno dei passaggi».

Era la mia risposta standard.

Che, del resto, corrispondeva alla verità: 5 anni prima, avevo iniziato il mio ultimo turno di servizio in Clan perché il Capo Clan designato si era spaccato il ginocchio sinistro giocando al torneo di palla scout di fine settembre e mi era toccato di sostituirlo con un preavviso di pochi giorni.

Per quell’anno ero ottimista: non ci sarebbero stati cambiamenti dell’ultimo minuto.

La donna salutò, si allontanò con il pargolo e si unì ad un capannello di genitori.

Io riportai il Totem in Tana e, al mio ritorno, il sagrato della chiesa era semivuoto.

Erano rimaste solo Giorgia e Giovanna assieme ad una lupetta del secondo anno i cui genitori erano in ritardo.

«Vai Akela, aspettiamo noi la mamma di Emma».

Non me lo feci ripetere due volte: per incentivare la mia puntualità, mia moglie aveva preso l’abitudine di servire la cena alle 20 spaccate. Considerando che la messa finiva alle 1930,  1940 al massimo e che dalla sede scout a casa mia ci volevano 5 minuti a piedi, l’unica possibile causa di ritardo era la mia ormai proverbiale tendenza a trattenermi a chiacchierare con gli altri capi dopo le riunioni.

E mi sembra pure normale: chi di voi parla con altri adulti al di fuori di contesti economici?

Quindi, me ne tornai a casa sedendomi davanti al mio pollo al forno con le patate alle 20 in punto.

Poi un bel libro sul divano con un film in sottofondo e buonanotte.

Quella domenica avevo in programma un giro a Decathlon.

Mi servivano un paio di scarpe da trekking superleggere, insomma, di quelle utilizzabili d’estate per percorsi in pianura con rischio pioggia dello zero per cento. 

Il paio precedente aveva esalato l’ultimo respiro durante le VDB.

Mi svegliai presto, come al solito.

Dopo aver fatto il caffé, staccai il cellulare dal caricabatterie e lo portai assieme alla tazzina fumante in balcone.

L’aria era fresca e il colore del cielo degradava già verso le tinte autunnali che tanto amavo.

Bevvi il primo sorso di caffé, sbloccai il cellulare con l’impronta digitale eh…

30 messaggi da Giorgia!

20 dal Capogruppo!

Ma che cavolo era successo?

Trangugiato il caffé, passai il cellulare a mia moglie che, incredula, mi disse tornando al dialetto della città d’origine: «Neh, ma cuss s’è taruccat ‘u crvidd! E mo?»

«Vado dalla ragazza, Amo’».

Anche il mio accento si era fatto vivo: mi capitava quando ero molto agitato.

Da giovane ero stato nell’esercito e conoscevo bene il concetto di furia razionale e controllata.

Decisi di prendere la bici e di lasciare l’auto in garage.

Non aveva senso arrivare a casa di Giorgia in due minuti rischiando di ammazzare qualcuno per la rabbia: meglio sfogarla sui pedali e mettercene dieci.

La casa dei genitori di Giorgia, dove, del resto, Giorgia viveva da quando era nata, era una villetta a schiera in un grazioso condominio color ocra bolognese.

Citofonai, il cancello si aprì con un click e percorsi il vialetto nel prato ancora bruciato dal sole estivo.

Mi accorsi subito che la persona più sconvolta in quel soggiorno dai colori pastello non era Giorgia, ma suo padre, che ricordavo come un genitore su cui si poteva contare per un passaggio e per la puntualità nell’aiutare i capi con la gestione burocratica delle attività. 

Quando l’avevo conosciuto Giorgia era Caposquadriglia.

A quell’età i contatti tra capi e genitori sono frequenti solo in caso di problemi. 

E Giorgia non mi aveva mai dato un problema che sia uno.

«Ciao Michele, Ciao Bruna, scusate l’irruzione!»

«No, ma figurati, grazie di essere venuto, qua siamo un po’ in crisi».

Entrai dopo essermi pulito con cura le scarpe sullo zerbino.

Giorgia mi disse subito: 

«A una pervertita come te non si affidano dei bambini. Questo mi ha detto».

Quelle parole mi gelarono e ferirono terribilmente i suoi genitori. 

Erano la prova dello stato emotivo della ragazza che era evidentemente e giustamente sconvolta e furibonda.

Seduta sul divano, con sua madre accanto, mutò rapidamente espressione solo guardandomi: la vidi passare, in un secondo, dalla disperazione alla furia.

Sperai che non ce l’avesse con me ma mi resi subito conto che, invece, poteva.

Dopotutto cosa avevo fatto io di speciale a parte ‘tollerarla?’

Era stato facile per me simulare un’apertura, una modernità, un’accoglienza che invece non provavo fino in fondo?

Mi resi conto, per un anno, di aver finto un’accoglienza che era stata sostanziale ma limitata da un concetto di fondo: io ti accolgo perché sono superiore agli omofobi, perché sono un bravo ragazzo, perché sei una scout, approssimando con tante limitazioni successive una simulazione dell’accoglienza vera a cui solo in quel momento mi sentivo chiamato.

Di fronte al volto di quella ragazza che era stata mia guida e scolta e che, grazie all’inazione di uomini come me, era coperto di lacrime, smisi di aver paura.

Non certo di lei e nemmeno di me.

Solo di andare fino in fondo

«Dimmi tu da dove vuoi cominciare».

«Che vuoi dire?»

«Alzati da quel divano, non sei tu quella che sta per avere problemi. Mi racconti i dettagli mentre ti porto da Giovanna. C’era anche lei, no?»

«E che ci facciamo da Giovanna?»

«Io niente, perché vado a parlare col prete assieme al Capogruppo. Ma tu hai bisogno di lei ora».

La madre di Giorgia mi guardò perplessa, emergendo dalla preoccupazione. Non capiva. Suo padre, invece, mi capì, da padre a padre: il nostro ruolo era di protezione, non di consolazione. E per proteggere Giorgia, dovevo costringere Giorgia ad affrontare il futuro e nel suo futuro c’era Giovanna e la difesa attiva da quelle parole ignobili e da tutto quello che significavano.

«Vai Giogiò, ha ragione lui. Quella non la deve passare liscia!»

I convenevoli finali furono sbrigati in pochi minuti.

Mentre uscivamo di casa mi venne in mente Martina, la figlia di quella sciagurata donna.

Bisognava pensare anche a lei, a quella lupetta normalissima, a quella bambina la cui madre, il giorno prima, aveva commesso un’atrocità.

Bisognava pensare soprattutto a lei.

No?

E se no?

«Prendi la bici anche tu?»

«No, preferisco guidare, casa di Giovanna non è a due passi».

Ci infilammo in una vecchia punto, mi allacciai la cintura di sicurezza ma non avevo nessuna intenzione di lasciare che Giorgia trovasse le parole scavando più di tanto.

«Cioè, è venuta da te e ti ha detto quelle cose?»

«Praticamente sì. Io non mi stavo mica baciando con Giovanna, davanti ai bambini non lo farei mai e francamente non lo facciamo mai in pubblico: è troppo pericoloso».

Io mia moglie la baciavo in pubblico e il riferimento al pericolo mi angustiò.

Perché anche io trovavo prudente, di buon senso, che due ragazze non si baciassero in pubblico.

«Però Giovanna a un certo punto mi ha presa per mano ed è così che ci ha trovate quella: la mia mano destra sul totem, con il busto inclinato per parlare meglio con Martina e la mano sinistra nella mano di Giovanna. Io, però, ero di spalle e l’ho sentita prima di vederla. La frase esatta è stata: “Ma allora è vero che stai con una donna: a una pervertita come te non si affidano dei bambini!” e me l’ha detto come sputando. Ha preso la Martina per una mano che non credo abbia capito niente e l’ha strattonata via».

Giorgia rimase in silenzio per un paio di minuti, probabilmente ricacciando indietro le lacrime.

La pianura scorreva monotona, completamente urbanizzata.

«Io sono rimasta a bocca aperta, ma la faccia di Giovanna era una maschera di furia. Che potevamo fare? Ci siamo abbracciate lì sul sagrato e in mezzo a noi è rimasto il Totem. Il danno e la beffa. Poi, beh, quando ci siamo guardate attorno non c’era praticamente nessuno e quei pochi ci hanno ignorate. Siamo tornate a casa di Giovanna, non volevo andare a casa mia così sconvolta. Lei… Lei è più esperta di me, diciamo così. Di cose del genere le sono già successe ed era arrabbiata per come mi sentivo io, non per quello che ha detto quella stronza. Mi ha quasi convinta a non scrivere a te e ai capigruppo e poi… Poi mi ha riaccompagnata a casa, ho passato una notte di merda».

Io ascoltavo, anche perché avevo solo un’idea vaga di come agire.

Cioè, me lo sentivo dentro che avrei dovuto parlare con il Capogruppo, col Don e chiedere che si convocasse una riunione di Co.Ca. urgente, lo sentivo dentro che sarei andato fino in fondo.

Mandai un WA al Capogruppo chiedendogli se era d’accordo ad andare a parlare con il Don subito dopo la Messa delle 11:30.

«Allora, adesso vorrei un po’ parlare con te e Giovanna perché voglio capire quali sono le vostre intenzioni. Le mie, a scanso di equivoci, sono di sostenervi in tutto e per tutto».

Inaspettatamente, Giovanna fu uno scoglio mica da poco.

Quando mi vide arrivare storse la bocca.

Diede un bel bacio a Giorgia, temo con l’esplicita intenzione di mettermi in imbarazzo.

Ma la potevo capire.

Io ero sicuramente parte del problema, dal suo punto di vista.

Dimostrarle il contrario non sarebbe stato facile, anche perché ero ormai certo che quel suo convincimento avesse un limaccioso fondo di verità.

Non sono un gran che ma quello che inizio lo finisco.

«Ehm, io vorrei chiedervi se avete pensato a come affrontare la situazione, perché …»

Anche se non troppo sgarbatamente, Giovanna mi interruppe subito:

«Non c’è nessuna situazione da affrontare, questa è solo la nostra normalità. Mi dispiace che la cosa abbia sconvolto anche te, ma scusami se do un po’ di priorità a Giorgia che magari si credeva di essere al sicuro davanti alla sua chiesa».

Prendi e porta a casa.

Non mi scoraggiai.

«Ma le cose sono cambiate, anche a livello ufficiale, guardate che ora è stato messo nero su bianco dal Consiglio Generale!»

«Ma quella ci si pulisce il culo con le carte  del Consiglio Generale».

Beh, questo era un po’ troppo, no? 

Mi piantai le unghie nei palmi delle mani e mi sforzai di non far trapelare la mia crescente irritazione.

Anche perché, dentro di me, sentivo che la mia irritazione era solo il riflesso illegittimo dell’amarezza legittima che grondava dalle parole di Giovanna.

Provai a cambiare direzione: «Giorgia è la Capo di Martina, per quanto parte offesa assieme a te ha ancora delle responsabilità verso la bambina e qualunque cosa voi decidiate per ribattere a quella stronza della madre  il bene della bambina va almeno considerato».

«Ma figurati. Nessuno ti ha chiesto di farti carico del problema, io di sicuro non mi farò carico di un’estranea per quanto minorenne: nella vita le sfighe capitano: una madre stronza non è poi così grave: per quelle come noi quasi tutto il mondo è fatto di stronzi, vedi te».

Io, però, non stavo cercando di minimizzare, di dare la colpa agli altri, di schivare le mie responsabilità. Che cosa volevo da quelle due ragazze? Una assoluzione? Potevo imporre a Giorgia di reagire da brava Lupetta, Guida, Scolta?

Non lo maturai certo lì, ma una parte di me iniziò a rendersi conto che non erano loro a dover pensare a come affrontare la situazione.

E neppure io.

Eravamo noi, noi tutti, o, in questo caso, noi capi del nostro gruppo scout.

Nel frattempo, Giorgia era rimasta in silenzio, un silenzio che non riuscivo a decifrare: era in disaccordo con Giovanna ma non voleva contraddirla? Concordava con lei ma non voleva offendere me?

«Va bene Amo’, me l’avevi detto e avevi ragione. Hai sempre avuto ragione, però non te la prendere proprio con lui».

Giovanna fece spallucce, ma mi sorrise: «E’ vero, sono stata un’acidona. Lo vuoi un caffé?»

Mezz’ora più tardi eravamo di nuovo in auto.

«Ti scoccia se ti riporto a casa mia? Non credo di aver voglia di andare a parlare con il Don ora». Non vi dico che voglia ne avevo io…

Inforcai la bici e arrivai in canonica proprio mentre il nostro AE ne stava uscendo dopo la Messa delle 11:30.

Appena mi vide fece un gran sospiro.

Non era di certo un Don Abbondio ma neppure un Don Peppino Diana.

Allargò le braccia e mi disse: «Lo so perché sei venuto e come al solito avete tutti ragione e sicuramente io ho torto»

Incominciamo bene …

«Io preferirei evitare questo piano della discussione, aspettiamo il boss» Mi riferivo al capo gruppo «E ragioniamo su come evitare che questa cosa ci sfugga di mano e dare un po’ di consolazione a Giorgia».

Un po’ di consolazione … 

Ma che cavolo stavo dicendo? 

Il fatto di stare a parlare con il prete mi inibiva così tanto? 

Arrivò il capo gruppo, scuro in volto.

«Buongiorno Don, ciao, scusate il ritardo ma sono reduce da una telefonata molto antipatica con la Sofia»

Sofia è la Capo Gruppo.

Sulla carta.

E’ l’unica ragazza del nostro gruppo scout ad avere la nomina a Capo e si è accollata la rogna, nemmeno malvolentieri.

Il problema è che vive a Londra da un anno.

Però così le carte sono a posto e poi lei, da remoto, è bravissima coi censimenti, a star dietro alla formazione dei capi e a pensare attività per le riunioni di Co.Ca.

Purtroppo per lei, tornerà in Italia all’inizio dell’anno nuovo e le toccherà assumere il ruolo in maniera completa e non solo parzialmente formale.

Ma la parola Antipatia e Sofia non stanno bene nella stessa frase.

«Non ti preoccupare del ritardo, magari poi ci dici se vuoi ma la questione di Giorgia la dobbiamo valutare subito, perché dobbiamo rispondere a quella cretina!»

«Ma è proprio per Giorgia che Sofia mi ha chiamata!»

Oddio come corrono le voci: non come la luce ma di sicuro più di un treno visto che sono arrivate a Londra in meno di un giorno…

«Non è solo quella cretina a rompere le palle: ieri sera Sofia ha ricevuto una telefonata dalla mamma di  Martina, a proposito: come si chiama?»

«Anna».

Il nome mi venne fuori con un tono di voce flebile, tipo ultimo respiro.

Una parte di me si preparò, istintivamente, al peggio.

«Beh, il contenuto della telefonata te lo puoi immaginare, la risposta di Sofi pure, ma il cazzo è che lei e altre quattro famiglie ci hanno mandato una PEC, che legge Sofi, scrivendoci che, se non cacciamo Giorgia, ritirano i bambini dal gruppo».

Mi si gelò il sangue: un ricatto bello e buono sulla pelle di miei lupetti innocenti.


Fine Seconda Parte

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